La nuova edizione del tuo noir genovese Via del Campo è appena approdata in libreria. Ci racconti qualcosa?
«Via del Campo è solo uno dei tanti vicoli di Genova. I personaggi di Via del Campo vivono ai margini del sistema. Sono alle strette perché qualcosa nella loro vita è andato storto, e non se lo sono necessariamente scelto. La storia si volge in una manciata di case e numeri civici, gli appartamenti nei bassi sono talmente vicini... a volte basterebbe gettare una tavola da ponte tra finestra e finestra per passare in casa di qualcun altro. Arrivarci dalla provincia, come è stata la mia esperienza ad esempio, è altamente disturbante. C'è una tale commistione di classi sociali, odori, mercificazione del sesso, ma anche studenti, attività professionali di alto livello. Entrare nei vicoli è come sezionare la pancia di Genova e guardarne gli strati attraverso un'autopsia, dal derma e gli strati superficiali fino all'indigestione criminale degli strati più profondi. Genova è per gente con le palle».
Il maresciallo Antonio De Biasi, che indaga sull'omicidio della prostitua Marlene, e Lorenzo Zingaro cronista di nera borderline sono due personaggi all'angolo. Nel libro non si affaccia mai niente di consolatorio, niente famiglie, tutti soli, bene che vada al tappeto. È questa la tua idea di noir? E in secondo luogo perchè ancora e sempre un noir?
«Vedi, il noir si differenzia dal giallo perchè lo scopo del racconto non è solo mostrare e risolvere un crimine. A fine romanzo la speranza è che il lettore rifletta, sulla base di ciò che ha letto, sulla realtà che gli sta intorno. È questa la discriminante sociale: nella vita reale il giallo non esiste, è solo una rubrica di enigmistica, la vita di tutti i giorni è cronaca nera. Nel romanzo noir ci sono tutti gli ingredienti della vita nessuno escluso: azione, morte, erotismo, amore, paranoia, esistenzialismo. È una cartina di tornasole che ci permette di leggere la topografia delle nostre città con un occhio diverso e magari più critico. Ma non esageriamo. Via del Campo è prima di tutto un romanzo d'intrattenimento. È verticale come le case dei bassi, veloce, sincopato. Mi interessava soprattutto tenere alto il ritmo. Costringere il lettore a scendere tutti i gironi dell'inferno assieme ai personaggi. Il resto me lo dovete raccontare voi».
Da dove nasce il seme che ha portato alla stesura del tuo romanzo? C'è sempre un'immagine, un'idea alla base di tutto, non è vero?
«Abitavo in via Napoli, sulla circonvallazione a monte. Aspettavo quasi tutte le notti l'ultimo 35 davanti alla farmacia Pescetto, vicino a Piazza Principe. Non ero l'unico. Incrociavo spesso una puttana che veniva alla farmacia a comprare le siringhe per la sua notte d'amore. Non ci siamo mai salutati, ma ognitanto mi capitava di incrociare i suoi occhi verdi. Il libro era già tutto scritto lì. Non ho dovuto fare altro che guardarci dentro. Ce l'ho ancora qui davanti: è la 'Marlene' di Via del Campo, l'ho seguita ogni giorno e ogni notte fino a che non ho terminato la sua storia. Fino a che non è diventata la mia».
Perché ha iniziato a scrivere?
«Ho iniziato a scrivere perchè in Italia non funzionano i trasporti. Era il primo anno universitario ed ero uno studente fuorisede. Prendevo la corriera e non arrivavo mai. Prendevo il treno e non arrivavo più. Andavo a piedi e mi perdevo. Alla fine ho iniziato a scrivere. Prima le indicazioni stradali, la strada giusta. Se no, non tornavo a casa. Poi i nomi dei bar che incontravo per la strada. C’erano un sacco di feste a quel tempo. E continuavo a non tornare a casa. Poi ho scritto poesie, lettere d’amore, bestiari. Tutto nel cassetto. Alla fine ho iniziato a scrivere romanzi e a tirarli fuori dal cassetto. Comunque i treni continuano ad arrivare in ritardo. Non è servito a niente. C’è un detto che dice “nei manicomi ci sono due categorie di matti. Quelli che pensano di essere Napoleone e quelli che vogliono risanare le Ferrovie dello Stato».