È approdato a Lerici, ma senza la sua barca, lo scrittore e navigatore svedese Björn Larsson, ospite di Lerici Legge il Mare, una rassegna di incontri letterari intorno ai vari modi di vivere l'ambiente marino e di raccontarlo, in particolare dedicata alla figura leggendaria dei pirati. «Pensano sempre a me quando si parla di mare», esordisce subito in un italiano assolutamente scorrevole, Larsson. Ma a che mare pensano quando pensano a lei? «Pensano al mare del Nord e all'Atlantico, anche se è paradossale perché in realtà arrivo dal mare di Scozia e poi attraverso il Mediterraneo, che però è un mare molto civilizzato». Un po' troppo addomesticato? «Sì, ma solo in parte perché mentre la meteorologia dell'Atlantico è molto precisa sulle depressioni e quindi molto affidabile per segnalare burrasche e variazioni di vento, nel Mediterraneo c'è molto più rischio e imprevedibilità per l'arrivo inaspettato di venti da nord, da sud o del mistral che possono essere molto forti».
Seppure per telefono, l'incontro con Björn Larsson è immediatamente coinvolgente e la conversazione è già amichevole ed estremamente scorrevole come fosse stata interrotta solo poco prima con una persona che conosciamo da sempre. Larsson ovviamente interverrà a partire dal suo celebre romanzo La vera storia del pirata Long John Silver (Iperborea, 1998), sulla figura misteriosa, imprevedibile e affascinante - in una parola romantica e immortale - che da Stevenson in poi ha colpito l'immaginario di moltissimi lettori. Larsson recupera proprio il personaggio di Stevenson con una gamba sola dell’Isola del Tesoro, e lo ritrae intento a scrivere le sue memorie, offrendo uno scorcio unico sul mondo piratesco, le tempeste, gli arrembaggi, le efferatezze dei pirati ma anche la loro sfida ribelle.
Che differenza c'è tra questo personaggio leggendario - nato tra finzione e realtà e diventato mito nella letteratura, nel cinema - e le figure che si sono affacciate con prepotenza nella cronaca degli ultimi anni?
«È successa la stessa cosa nel passato con i pirati e le persone per bene che li temevano come criminali. Il fatto è che i pirati dell'epoca erano marinai e puntavano a evitare la tirannia dei capitani che incontravano sulle navi mercantili. Quei pirati agivano secondo regole precise, per esempio scegliendosi il loro capitano. E si diceva che era più facile fare di un marinaio un pirata, che di un criminale un buon marinaio. Oggi siamo di fronte a gente di terra non a marinai, gente senza scrupoli che vuole soldi e quando scende a terra si compra una Ferrari. Un tempo i pirati spendevano subito il denaro che avevano sottratto e non erano tanto interessati a quello, per questo era più facile fare del romanticismo intorno a questi personaggi. Resta un punto fermo: è la letteratura che ha creato il mito del corsaro e non la realtà».
Ha pensato di far entrare l'attualità dei nuovi corsari in una sua narrazione?
«Sto scrivendo da tempo un romanzo (Il giornale di bordo di Solvita, questo il titolo) che però non mi riesce di portare avanti e concludere. È incentrato sui clandestini e ambientato in parte nel Mediterraneo dove la questione è più urgente. Il tema dei clandestini mi sembra un tema più umano e più adatto, dove si parla anche un po' dei pirati ... ma il fatto è che è sempre difficile inserire la realtà nella letteratura. È operazione delicata perché non si può fare giornalismo e non è neanche un lavoro documentaristico, lo scopo è un altro».
A maggio sembrava in procinto di partire per un giro a vela delle isole della Scozia. È poi partito?
«Non sono partito perché ho cambiato barca e non era ancora pronta del tutto: quella nuova è una barca d'acciaio di dodici metri, costruita a Marsiglia con una chiglia smontabile per risalire i fiumi, si chiama Stormway. Però il prossimo viaggio sarà senz'altro nelle isole della Scozia e nelle Shetland perché lì non c'è mai troppa gente. Nel Mediterraneo ci sono sempre troppe barche ed è difficile fare dei veri incontri. In Scozia invece in un ancoraggio ci sono solo 4 barche e quindi si fanno conoscenze più intense, si beve qualcosa insieme, si scambiamo idee. E poi il paesaggio è bellissimo. Partirò ma non so quando, mi piace deciderlo quando tutto è pronto da un giorno all'altro».
Bernard e Françoise Moitessier quando raccontano delle loro esperienze e del loro vissuto in mare, trasmettono questo forte senso di solitudine e libertà e impossibilità a tornare. Invece lei torna e riparte...
«Mi sembra che la solitudine a lungo termine non sia più libertà, perché poi viene a pesare. Infatti secondo me la libertà non è solitudine, ma ha senso con altri esseri umani. E poi la natura non si può cambiare per questioni di libertà. Per esempio a me piacerebbe volare ma non posso annullare la legge di gravità e nemmeno modificare la mia natura umana».
Oltre al romanzo che non vuole nascere, sta scrivendo altro?
«Sono già due i libri che ho pubblicato nel frattempo: la raccolta di racconti dedicata a Primo Levi, Otto personaggi in cerca (con autore) e un altro in corso di pubblicazione che è un giallo, ma non un giallo di tipo svedese. È ambientato in Svezia, e per me è la prima volta, ma il luogo non ha molta importanza. È un'indagine su un poeta che viene ucciso, per questo dico che non è un giallo svedese perché normalmente i poeti non vengono uccisi. Si intitolerà I poeti e i morti non scrivono gialli».
Levi nella dedica, Pirandello nel titolo è un amante e un lettore forte dei nostri autori?
«Ho iniziato 7/8 anni fa quando ho cominciato ad imparare la vostra lingua. Il libro è un po' pirandelliano, ma l'idea centrale è la scienza come avventura, dove scienza e letteratura coesistono come nel Sistema periodico di Levi. Un autore che non fa letteratura, né in Se questo è un uomo né nella Tregua, come disse lui stesso. Devo dire che ho cominciato leggendo Calvino, che è bravissimo ma stilisticamente lo trovo freddo privo di passione, però ha una precisione imbattibile».