Coraggio, determinazione, curiosità e tensione verso la libertà: queste le caratteristiche principali di una donna, già madre di tre figli e con una professionalità in crescita, che decide di lasciare tutto e imbarcarsi per un giro intorno al mondo.
Era innamorata, si dice. Era un'entusiasta di natura. Bernard era un amico di infanzia di famiglie unite da tre generazioni. Strattonata tra una vita terrestre e una marina, Françoise Moitessier de Cazalet in 60.000 miglia a vela. Io, Bernard e il mare, descrive in una narrazione semplice e appassionante la straordinaria avventura di un'esistenza che, dopo il viaggio sul Joshua (una barca a vela di 12 metri) con il marito Bernard nel 1963, non fu mai più la stessa.
Quel giro intorno al mondo con qualche - pochi - scalo, ma soprattutto attraversando i mari - con brevissimi e gioiosi momenti di ricongiungimento con i suoi tre figli Hervé, Emmanuel e, una ragazza, Poussy - e che durerà fino al 1966, modificherà a tal punto il suo punto di vista da farle scrivere a pochi giorni dal rientro: «A parte per i ragazzi, che sono così felice di rivedere, mi domando cosa mai andiamo a fare in Francia, in un Paese civilizzato! Non ho più tanta voglia di vivere a terra, gli abitanti mi fanno un po' paura, lo confesso. Sono pronta a continuare verso il mar Rosso».
Le pagine di questa autobiografia scorrono da Marsiglia attraverso Panama verso l'Atlantico, e dal Pacifico (Galapagos, Marchesi, Tahiti) vanno verso il temibile Capo Horn, per poi riaffrontare l'Atlantico e volgere verso casa, per più di una volta e poi più tardi dal Mediterraneo al Mar Rosso verso l'Oceano Indiano e giù giù fino a Singapore.
Un diario intimo costruito con certa praticità e quindi attenzione per i dettagli della navigazione e delle difficoltà oggettive date dalle condizioni del vento, da quelle del mare e dell'imbarcazione stessa, ma fortemente costellato da estatiche e passionali confessioni di una donna che guarda e vive la natura, si confronta piacevolmente con la solitudine, appropriandosene, gode della vita accanto al suo capitano, seppure sia partita «indipendente, attiva e responsabile» e a poco a poco abbia dovuto cambiare il suo ritmo di vita per lasciarsi «guidare e proteggere». E non teme di raccontare anche dei momenti di paura: «Aveva una fiducia totale in me, ma io ero in preda al panico. Mantenere il vento giusto nelle vele, identificare la rotta delle barche dalle loro luci (verdi, rosse o bianche) rappresentava una tensione nervosa angosciante e, soprattutto, avevo una tale paura di fare sciocchezze, di deluderlo... Mi ricordo di una di queste notti... Dal pozzetto non distinguevo più né la prua né la poppa di Joshua... In ansia, lasciai la barra per andare a poppa, poi a prua, tenendomi alle draglie, gli occhi fuori dalle orbite per indovinare cosa ci stava intorno».
Soprattutto, partita da aspirante marinaia, Françoise Moitessier de Cazalet tornerà a terra sempre con la sensazione di essere in transito e di preparare in realtà la prossima partenza. Così nasceranno i molti film di successo (Bateau et Capitaine, La Mer e Océans) che l'hanno portata per due anni in tournée nel mondo a raccontare di sé e di Bernard. Ma arriverà anche il giorno in cui l'urgenza di avere una barca propria, uno scafo già incontrato in varie misure nelle varie latitudini firmato da Jean-Calude Meyran, sarà improcrastinabile perché «Bernard mi aveva fatto scoprire un mondo meraviglioso di pace, di silenzio, di sole e di stelle, di orizzonti infiniti di cui conservo una nostalgia indescrivibile».
Oltre al primo viaggio, in questo volume Françoise Moitessier de Cazalet racconta anche, questa volta da terra, in trepidante attesa la grande sfida in solitaria che Bernard, seppur riluttante, alla fine accettò, la celebre Golden Globe: una regata in solitario lanciata dal quotidiano britannico Sunday Times che, prendendo spunto dal progetto di Robin Knox-Johnston in Inghilterra e dello stesso Moitessier in Francia, chiede di doppiare i tre grandi Capi (Buona Speranza, Leewin e Horn) senza scalo e senza poter comunicare.
Una storia a cui parteciparono 9 sfidanti, uno solo fece ritorno, molti spossati si ritirarono, uno morì tragicamente (come è stato raccontato magistralmente l'anno scorso nel film Deep Water di Louise Osmond e Jerry Rothwell), mentre Moitessier soggiogato dalla bellezza dei Mari del Sud decise di continuare «senza scalo verso le Isole del Pacifico perché sono felice di essere in mare e forse anche per salvare la mia anima» a cui seguì una lettera personale diretta a Françoise che diceva «mia cara non me la sento di rientrare... forse tornerò un giorno».
Dopo la Golden Globe, Bernard non tornò più - come per altro Françoise aveva previsto - e, dopo due anni di silenzio e qualche incomprensione pian piano il loro rapporto si deteriorò. Ma per Françoise una nuova vita era cominciata in una nuova casa non lontano da Parigi, di nuovo con i suoi tre figli e con molti amici e qualche 'squalo' in agguato che girava intorno alla storia tra lei e Bernard. E un grande progetto: riprendere il mare con una barca a vela che si sarebbe chiamata Croc-Blanc (Zanna Bianca).
All'inizio il viaggio avrebbe coinvolto anche un equipaggio - seppur minimo - poi una serie di peripezie - tra cui un brutto incidente e la difficoltà di muoversi da sola in un «ambiente di fallocrati che parlano solo tra uomini, sicuri del loro sapere marino» - la lasciò sola, seppure affatto scoraggiata. Fino al 17 maggio 1977 quando finalmente Françoise, incoraggiata e sostenuta dagli amici prese il largo dalla Rochelle, sola con la gatta Sophie, regalo della figlia Poussy.
Ma qui lascio ai lettori il gusto di percorrere miglia e miglia (verso Malta, attraverso il Canale di Suez e poi verso Ceylon e Singapore), lasciando la barra del timone per issare o calare le vele insieme a Françoise.
Non solo la storia di una navigatrice. Neanche solo la storia di una donna, piuttosto la storia di una donna forte e libera, mai condizionata dal contorno, con grandi amori e grandi sogni mai abbandonati, per quanta fosse la fatica necessaria per conquistarli. Un esempio.