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La copertina di 'L'estate di Montebuio' di Danilo Arona

L'Estate di Montebuio, il libro di Danilo Arona

Un horror ambientato nell'entroterra genovese. L'autore fa un tuffo nei ricordi della sua adolescenza. L'intervista di Francesco Cascione all'autore
di Francesco Cascione
31 AGOSTO 2009

Prima di essere una stagione, l'estate è un simbolo. Un archetipo. Il magma primordiale dell'amore.
[Danilo Arona - L'Estate di Montebuio]

Tutti noi abbiamo un luogo e un'estate che ci sono rimasti nel cuore, che ci hanno cambiato, in cui il prima era diverso dal dopo.
Spesso ci capita di tornare in quei luoghi e ritrovare angoli, profumi, persone che ci rimandano proprio a quei momenti. Quest'estate a me è capitato di tornare - dopo un po' di anni - nel paese in cui ho passato le mie estati, soprattutto quelle memorabili - nel bene e nel male - sentendomi sospeso tra quello che ero e quello che sono, quasi cercassi un legame tra due persone lontane più di dieci anni.

In questo contesto, cotto dal sole barese e perso nei ricordi, mi sono immerso nella lettura del romanzo L'Estate di Montebuio (Ed. Gargoyle 480 pp - 13.50 Eu), l'ultima fatica di Danilo Arona.
Il romanzo - in cui Montemaggio/Montebuio, a pochi passi da Busalla, è protagonista - ha un grande potere evocativo, ma non solo, perché quello di Arona è un horror atipico, capace di muoversi con abilità tra folklore e mostri lovercraftiani, lasciando al lettore lo smarrimento di chi si sveglia da un sogno tanto realistico da non comprendere dove sia il confine tra l'immaginato e il vissuto.

Il romanzo colpisce anche per l'uso del linguaggio, che ben si adatta alla trama, e per una costruzione su più livelli narrativi. Il lettore viene travolto dal vortice di follia del protagonista. Passato e presente, romanzo del romanzo e memorie della Continental, la macchina da scrivere che in qualche modo è reale protagonista, formano un amalgama che come un mosaico, diventa chiaro mano a mano che si procede.
Tra una pagina e l'altra ho anche scoperto che quello che credevo fosse un mio sogno ricorrente - uno tsunami enorme che mi travolge - è in realtà un sogno collettivo che secondo alcuni annuncia niente meno che l'Apocalisse. Mica male, vero?

Colpito dalla mastodontica costruzione del romanzo, dalla sfida che Arona lancia al lettore e soprattutto dall'angoscia che il libro, fedele alla sua vocazione horror, riesce ad incutere, ho contattato l'autore.

Leggendo il suo romanzo ho scoperto che sognare l'Onda, che è il titolo del romanzo nel romanzo, secondo alcuni è un segno dell'imminente Apocalisse. Dove nasce questa interpretazione?
«Nel capitolo 28 della seconda parte, La fine del mondo (pag. 353), quasi tutti gli elementi che inserisco sulla percezione planetaria dell'Onda - elementi che potrebbero essere scambiati per creazioni fittizie dell'autore (ma qui sta il bello, secondo me...) - sono assolutamente veri. È vero che in tutto il mondo migliaia di persone la sognano, la percepiscono, la vedono. È vero che dopo l'11 settembre 2001 sono dilagate credenze e "sensazioni" sulla fine collettiva. È vero che parecchi individui stanno in contatto perenne tramite Internet o altro, autonominandosi Final Dreamer; esistono sul serio i pittori neovedutisti che dipingono soltanto l'Apocalisse, come esistono autori (qualcuno lo conosco) che scrivono solo di quello. Per non parlare dei sensitivi, categoria che conosco e che frequento. Non è solo interpretazione: è praticamente un dato di fatto. L'inconscio collettivo del pianeta è in fibrillazione per un catastrofico giro di boa che un geniale sistema di convenzioni (anche commerciali) ha datato all'anno 2012, speculandoci alla grande tra film e libri. Da qui al fatto che sta per accadere veramente qualcosa ce ne passa, e forse alla fine tutto potrebbe ridursi alla constatazione che il post 11/09 lo viviamo in un limbo inconsapevole di aspettativa quotidiana della catastrofe. Però il pianeta non sta bene, il cosmo non sta meglio e la tecnologia là fuori è sempre meno affidabile (vedi quell'apocalisse vera e terrificante che è stata la tragedia di Viareggio...). Gli scrittori autentici, quelli che hanno un terzo occhio aperto in altre dimensioni, in qualche modo ricevono messaggi su tanta precarietà e alla loro maniera li traducono in fiction. Questa può essere definita interpretazione».

L'Apocalisse è davvero alle porte?
«Devi sapere che ci portiamo dentro una sorta di informazione sepolta dell'Apocalisse: una traccia filogenetica, trasmessa cellularmente sin dai primordi dell'umanità. Inoltre è palese che viviamo in una costante condizione di preallarme: in tutto il mondo si applicano misure antiterrorismo che limitano i nostri spostamenti e ogni giorno gli schermi televisivi ci propongono disastri, attentati e carne umana macellata. Questo bolo mediatico ci dispone in un'aspettativa quotidiana della catastrofe, così radicata che, quando arriva (in qualsiasi forma), la cosa non ci sorprende più di tanto. Ecco, secondo me, proprio di questo dovrebbe trattare il gotico moderno: della percezione dell'Apocalisse in atto, proprio perché circondati da un'Apocalisse più subdola, ma non meno pericolosa. Quella delle menti. Se poi più cervelli taroccati si coalizzano, c'è ben poco da sperare. L'Apocalisse economica dello scorso autunno è un discreto esempio di quel che dico».

Il libro è un continuo sovrapporsi di piani temporali a cui si aggiungono storie nella storia, dal romanzo di Perdinka alle composizioni di Miss Continental. Qual è stata la genesi de L'estate di Montebuio?
«Personalmente sono assai affascinato da queste strutture narrative che permettono l'alternanza tra il linguaggio dell'inconscio e quello dell'Io cosciente e narrante. È una tecnica che viene da lontano, dal cinema (Alain Robbe-Grillet) e dal teatro (Jean Genet) e che oggi ha il suo esponente per definizione in David Lynch, non a caso amatissimo da Morgan Perdinka (il protagonista dell'Estate di Montebuio e alter ego dell'autore). Si tende alla creazione di una dimensione perturbante non necessariamente legata all'horror, ma senza dubbio coinvolgente perché non ti manda il cervello in vacanza. A mio parere è l'unica tecnica possibile per la storia raccontata ne L'estate di Montebuio, dove il mondo immaginario di uno scrittore giunge a collidere con la realtà al punto tale che le due dimensioni si fondono più e più volte, costringendo il lettore a chiedersi quale sia - scusa l'ossimoro volontario - la vera realtà. Esiste qualcosa di più terrificante? Per quel che riguarda la genesi di questo libro, tutto è cominciato quasi due anni fa, quando tenni ad Alessandria una conferenza presso la locale Università della Terza Età dal titolo Un'avventura per le vie della paura e dell'inconscio ossia: ci spieghi perché scrive e perché scrive sulla paura. Iniziai a rimuginarci seriamente e, in una sorta di prolungato training autogeno mi tornò alla mente una vacanza con i miei risalente all'estate del 1962 fatta in un piccolo paese dell'entroterra ligure, delizioso tutt'oggi, Montemaggio di Savignone. Per qualche giorno fu veramente una sorta di autoipnosi che fece tornare particolari sepolti nell'inconscio, stupendomi non poco: eventi, volti, nomi, la prima infatuazione preadolescenziale».

Perché proprio quell'estate e perché Montemaggio?
«Perché ho avuto la fortuna di andarci a passare le vacanze, è un luogo magico, gente altrettanto. E poi perché lì, durante il mese di agosto del 1962, m'impossessai temporaneamente di una vecchia macchina da scrivere, la mastodontica Continental che si vede nella copertina del libro, e iniziai a smanicarmi, tentando persino qualche bozza di racconto.
Così preparai una congrua relazione di dodici cartelle per due ore di parlato, dove mescolavo ricordi, mezze verità, zone morte e riti d'iniziazione, con tanto di personaggi veri (alla Stand By Me, per capirci, anche se l'accostamento è soltanto strumentale...). L'incontro andò benissimo e alla fine le signore, entusiaste di quella storia molto tenera spruzzata di qualche mistero irrisolto, mi chiesero: Ma adesso come va a finire? Io risposi in tutta sincerità che la storia era quella, non si trattava di un romanzo. Loro lo avevano preso per tale, a questo punto mi scattò qualcosa dentro. Per scriverlo, quell'ipotetico romanzo, dovevo - quarantacinque anni dopo! - ristabilire un contatto con un gruppo di ragazzi con i quali avevo interagito. Perché mi necessitavano anche i loro ricordi. Allora ho usato due metodi: il primo, le leggi di attrazione e di visualizzazione divulgate nel best seller The Secret; il secondo, un articolo pubblicato su Carmilla Online - il web magazine gestito da Valerio Evagelisti - che s'intitolava Cercasi Miriam disperatamente... così, per gioco, perché la vita è anche un gioco. Alla fine li ho ritrovati tutti, e con loro - soprattutto con una di loro, Lisetta - ho elaborato parte dei materiali de L'estate di Montebuio. Quell'uomo raro che è Paolo De Crescenzo - editore di Gargoyle Books - da subito si dimostrò interessato ai meccanismi quasi magici di recupero di certe zone buie del passato - meccanismi che ho tentato di raccontare nella stesura del plot. Gli mandavo pezzi del libro, man mano si formavano, e lui me li rimandava lavorati da par suo, instillandomi dubbi e perplessità laddove lo si doveva fare. Ecco. Il libro nasce così».

Nel suo libro si ha l'impressione che la fiction sia sostituita dall'esperienza diretta. È solo l'impressione del lettore o nel libro c'è anche del vissuto?
«La maggior parte delle situazioni descritte nella prima parte L'estate di mister Hidden sono frutto di esperienza diretta. I personaggi sono autentici. Il luogo non è mediato né occultato. Ho sfruttato veramente poco in funzione dell'economia della trama. In questi giorni ad esempio Lisetta Navone, colei che nel libro è sul serio "la Lisi", mi ha fatto sapere che si è riconosciuta totalmente nel suo alter ego letterario. E, quel che mi ha fatto più piacere, ha rivissuto con nostalgia i giorni della sua preadolescenza. È un bel risultato, se penso che prima di rivederla, nel 2008, è trascorso quasi mezzo secolo dalla nostra ultima interazione. Si vede che ce l'avevo stampata nella memoria».

L'estate come principio di cambiamento, come momento di crescita, tempo dei transiti. Che cosa ha rappresentato per lei L'estate di Montebuio?
«Tutti abbiamo un'estate magica - magari più di una - nel magazzino dei ricordi. Chi ha fortuna di saperne scrivere, prima o poi lo fa. C'è una lunghissima tradizione, letteraria e cinematografica, che parte da Scandalo al sole di Sloan Wilson, passa attraverso L'estate incantata e Addio all'estate di Ray Bradbury e un sacco di altri scrittori tra cui, ovvio, King. E poi le numerose declinazioni italiane: Guerrini, Ammaniti, Baldini, Carofiglio; quasi che l'estate sia un "genere". Perciò confermo: la mia estate è stata quella del '62, a Montebuio-Montemaggio. In quest'aspetto non mi discosto molto da Perdinka, lo scrittore protagonista del romanzo».

Nel suo libro il Male non è un concetto, ma un'entità che non solo ha forma ma anche sostanza e coscienza. Dare corpo ad un concetto aiuta ad esorcizzarlo?
«Quasi sempre il Male nella letteratura horror si è limitato a essere una parola-magazzino. Un'evocazione suggestiva in grado di alludere tanto alla nefandezza dell'umana natura che a una controparte cosmica e/o filosofica che rimanda, da par suo, all'humus tormentato dei Pilgrims del New England. Io ho tentato di andare oltre. Magari non ci sono riuscito, ma ci ho provato. E, per farlo, mi sono servito delle tradizioni alchemiche, argomento serio per quanto di difficile accesso. La Panspermia del Sale Nero non è affatto la provocazione di uno scrittore, ma il risultato di una lunga meditazione e - persino - di qualche prova di laboratorio, ovviamente non effettuata da me. Per il discorso sulla speranza, che dirti? Da un lato pesa il cliché tipico del filone negli ultimi anni - ovvero la storia finisce male perché il Male non muore mai, ma forse ho inteso lasciare lo spazio aperto a un'ulteriore sviluppo della storia. Comunque non nutro molte speranze. Ma auspico di avere torto».

Cosa aspetta i suoi lettori dopo L'estate di Montebuio?
«Se L'estate di Montebuio avrà un cospicuo numero di lettori tale da non far rimpiangere l'investimento sostenuto dall'editore, mi piacerebbe tornare sui luoghi del delitto. In un'ottica completamente diversa. Altrimenti farò quel che faccio da sempre. Mi sveglio e improvviso
Un lavoro come L'estate è immane, ti prosciuga. E sul piano personale mi è costato molto. Ci tornerò solo se il mondo, quanto meno un degno surrogato del medesimo, lo vorrà. Non è una minaccia. È sopravvivenza».


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Nella foto: La copertina di 'L'estate di Montebuio' di Danilo Arona



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