Parla volentieri Tiziano Scarpa del suo ultimo romanzo, Stabat Mater, che gli ha portato il Premio Strega 2009, «perché molti sanno pochissimo della Venezia del '600, un'epoca interessantissima, l'epoca di Antonio Vivaldi, da sempre superata nell'immaginario da una versione settecentesca stereotipata e ricordata solo come frivola, stagione della seduzione e dell'adulterio, della decadenza morale».
Ad ogni domanda segue una lunga pausa, un silenzio per raccogliere il pensiero, chiamare le parole a raccolta salvo poi ingaggiare un tema e buttarcisi a capofitto accelerando il discorso. È ancora sulla notorietà un po' superficiale di cui gode Antonio Vivaldi che Scarpa prosegue, ricordandone la grandezza: «per esempio le Quattro Stagioni, che sono un'opera monumentale al pari della Torre di Pisa, ecco pochissimi sanno che nello spartito Vivaldi aggiunse le didascalie, descrivendo il clima e le esperienze umane che lui aveva tradotto in musica, per cui ti indica i tuoni, il contadino che russa, il violino suonato da un contadino ubriaco alla festa della vendemmia, la caccia, la bestia morente. Questa è una sfida estetica grandiosa di un compositore che è arrivato a comporre 700 opere di generi molto diversi, tra cui opere liriche ambientate nell'antichità, ma anche in Messico».
La storia che vede protagonista la sedicenne Cecilia, abbandonata, come molti in quel periodo, all'Ospedale della Pietà di Venezia, è narrata in una forma che sembra epistolare ma è in realtà diaristica, e ci conduce nelle pieghe dell'intimo di quest'adolescente di un altro tempo che suona il violino dietro una grata in chiesa fino a quando non arriva un giovane e promettente insegnante e compositore, Antonio Vivaldi.
«Preferisco scrivere storie in prima persona, con i personaggi che si esprimo direttamente, un racconto immerso all'interno di chi è parte in causa. Varie volte ho già scritto nei panni di una donna: ha un senso sia come esperienza, sia dal punto di vista del linguaggio. Si prova a fantasticare un'esperienza in panni diversi dai propri, che poi diventa umanamente bello per me al di là della letteratura».
Nonostante non sia l'elemento centrale, lo sfondo storico della narrazione è comunque preponderante. «Sì, ma non mi interessava scrivere un romanzo storico, infatti non mi sono impegnato molto nella ricostruzione dell'epoca e dell'ambiente, anche se ho letto molto - tra cui molti studi storici - e ho seguito convegni. Mi interessava concentrarmi sulla situazione di Cecilia, per tornare ad alcune esperienze primarie della vita. Un personaggio così, che è orfano e non sapeva neppure che esistessero le madri, mi ha permesso di vedere una persona, la più povera possibile, ma non nel senso di una stracciona: lei non dispone del suo tempo né della sua solitudine, non dispone della sua storia né delle sue scelte e non dispone neanche delle informazioni più semplici del vivere».
Ma da cosa nasce la fascinazione per questo personaggio, la curiosità di indagare nella vita di chi cresce tra le mura dell'Ospedale della Pietà di Venezia?
«Anch'io sono nato in quel posto lì, per una coincidenza: perché il reparto di ostetricia e ginecologia dell'ospedale civile aveva sede lì, in quelle stesse stanze, dove venivano abbandonate bambine e bambini, e questo ha sempre colpito la mia fantasia: il fatto che fossimo tutti nati tra le stesse mura, anche chi come me aveva i genitori».
Si torna alla musica quando Tiziano Scarpa sente la necessità di fissare l'aspetto essenziale del suo romanzo che la critica sembra non aver notato: «gli strumenti musicali d'epoca. Come dice la mia protagonista "suoni un albero e una bestia morta" e fai così sentire il rumore che provoca l'attrito amplificato dell'intestino dell'animale morto. Una cosa molto crudele, che dà un risultato sublime e astratto, che nasce da qualcosa di abbastanza orrido. Ecco, non sta a me spiegare la simbologia dei miei romanzi, ma questa idea dell'intestino dell'animale che Cecilia si trova a suonare riverbera anche nel momento in cui scopre la nascita: quando in un primo momento lei, una bimba di quattro anni, scendendo verso la latrina vede che una donna si contorce dal dolore, pensa che si nasca dagli intestini - inter feces et urinas nascituro, una frase attribuita a Sant'Agostino che ha in realtà origini medievali ignote - e nella pancia Cecilia vive il suo terrore e cerca la sua salvezza».
Anche sull'etichetta romanzo lirico per Stabat Mater, Scarpa interviene con decisione: «Un romanzo veramente lirico è quello di Nicola Lisi, Diario di un parroco di campagna, del 1942. Qui l'autore si limita all'essenziale, ma poi non dà tutte quelle informazioni che farci capire con chiarezza da dove viene quest'uomo. Ci sono solo i momenti ispirati, dove lui incontra l'assoluto, o quelli negativi. In Stabat Mater, che ha certamente un carattere lirico, credo che le informazioni narrative ci siano tutte.
Per esempio, nella lettura scenica - che dura un'oretta - dove ho dovuto fare forti tagli, anche di pagine dense e schiumanti che personalmente amo molto, ho lasciato tutti gli elementi per far comprendere la storia e dove ci troviamo. Questo è il lavoro del romanziere: dare informazioni, farsi capire e anche nel momento performativo, se voglio far godere dei momenti forti, devo rinunciare ad alcune pagine bellissime».
Dalla narrativa alla radio al teatro fino alle letture sceniche, cosa ha portato Tiziano Scarpa sul palco? La necessità di restituire oralità alla parola scritta?
«Nella mia vita spesso leggo per me a voce alta. La parola scritta è anche quello e non si può disincarnare, anche se lo facciamo quando leggiamo mentalmente. Credo che nasca da un mio atteggiamento artistico verso la parola, che si può paragonare a certe forme dell'arte contemporanea. Nella mia carriera ho scritto anche cose indefinibili, proprio perché mi piace concepire la parola come performance o installazione. E poi è nata anche come alternativa alle presentazioni, per non stare lì a spiegare in questa situazione sempre un po' equivoca che assimila lo scrittore a un piazzista».
Mentre lavora al prossimo scritto, legge tutto quello che lo aiuta a fantasticare (in questo momento saggi sulla paternità e sulla malattia), ma su questo progetto preferisce sorvolare, mentre ci tiene a sottolineare che il suo prossimo libro - che dovrebbe intitolarsi Dovrebbe essere la vita non il mondo - uscirà nel gennaio 2010: «è un libro che mette insieme più di un centinaio di situazioni che ho vissuto, perché oggi tendiamo a vederci solo come spettatori. È una raccolta di pezzi pubblicati sulla rivista online e su carta Il primo amore. Mi piacerebbe propugnare un'idea di vita singolare perché, nonostante ci sentiamo sempre di più spettatori e commentatori, continuiamo a toccare l'universale con le nostre esperienze. Più vado avanti e più mi rendo conto che la società è strutturata come un sistema di selezione dei discorsi. Foucault lo sapeva benissimo, per cui il discorso pubblico ha priorità e gerarchie e c'è chi è titolato a proporre la propria opinione e chi lo sarebbe ma non può. Per fare un esempio concreto, la RU486: chi ne parla? Chi è titolato a parlarne?
La Chiesa, i medici, i grandi opinionisti dei giornali. E le donne? Sì, quando qualcuno va a intervistarle. Ma chi e come le seleziona? E gli immigrati? In che modo sono rappresentati nel discorso politico? Quanti ce ne sono in Parlamento, o in Senato o negli enti pubblici? Poi vai a vedere il fenomeno letterario che ha portato immigrati africani, ma anche dell'est europeo, a scrivere romanzi in italiano e lì, sebbene non propongano sempre un discorso politico, presentano però le loro esperienze e le ambizioni che altrove non trovano spazio».