È un caso che sia un attore. Perché Paolo Villaggio si sente più scrittore. È diventato attore comico solo perché non si trovava nessuno che vestisse i panni di Fantozzi. Nel 1975, infatti, quattro anni dopo l'uscita del libro, era in preparazione il primo film della saga: «non si trovava il protagonista» mi spiega Villaggio, «i prescelti erano Renato Pozzetto e Ugo Tognazzi, ma entrambi erano impegnati su altri set: allora ci provai io». E il risultato fu un successone: il ragioniere sfigato e succube dei superiori è diventato negli anni un personaggio di culto, tra i più amati del cinema italiano di sempre.
«Non sono mai stato un buon attore» afferma oggi Villaggio, «non so recitare, per dire, alla maniera di Albertazzi. Sono solo un pagliaccio che ha esasperato i difetti della società».
Il successo cinematografico, però, ha oscurato la sua carriera di scrittore: dopo i libri su Fantozzi (usciti tra gli anni '70 e i '90), recentemente l'amore di Villaggio per la narrativa è tornato prevalente, e con Storia della libertà di pensiero (2008) ha anche vinto il Premio Flaiano.
È di recente pubblicazione la sua ultima fatica letteraria: si intitola Storie di donne straordinarie (Mondadori, 2009, 198 pp, 12,40 Eu) e racconta aneddoti «inventati», come tiene a sottolineare lo stesso Villaggio. Sono protagoniste le donne che nel corso della storia hanno vissuto accanto a uomini importanti: dalla mamma di Dante alla zia di Beethoven, dalla moglie di Hitler a Eva, la prima donna sulla faccia della terra. Perché comprarlo?, gli chiedo. «Perché è divertente» sintetizza l'autore.
E sul comodino di Paolo Villaggio che libri ci sono? I titoli gli escono fuori in maniera fulminea: «Memorie dal Sottosuolo e Delitto e Castigo di Dostoevskij; Il Processo, Il Castello, La Metamorfosi, Nella Colonia Penale di Kafka; Scritti Corsari di Pasolini; Saggi Critici di Roland Barthes. E basta: sono questi i libri che leggo e rileggo in continuazione».
Poi mi fa anche una lista dei suoi film preferiti: ci sono I sette samurai di Kurosawa e Life of Brian di Terry Jones, i Monthy Python, Fellini. Ma qui lo interrompo: e i suoi film non li riguarda mai? «Certo, ne rivedo almeno dieci al mese». E la fanno ridere? «No, non rido mai. Ma sono contento di quello che ho fatto».
Nato a Genova nel 1932, Villaggio vive a Roma da una vita. «Da 52 anni», precisa. Ma è ancora legato alla Liguria? Ci torna spesso? «Non molto spesso, in realtà: non ho più niente in Liguria, nemmeno gli amici». E lo dice con tono malinconico e dispiaciuto, conscio di avere perduto un legame importante: «ora a Genova mi sento come uno straniero. Tutto è cambiato: un tempo era tra le città più ricche d'Italia, certamente la più presuntuosa. Ora ha solo l'Acquario e le facciate dei palazzi riaffrescate per il G8 sanguinario».
Non è venuto a Genova neppure per visitare la mostra su De Andrè? «No, sono esasperato di queste celebrazioni che ne hanno fatto una specie di santino assurdo».
Paolo Villaggio e Fabrizio De Andrè sono stati grandi amici: cresciuti fianco a fianco nella Genova degli anni '50/'60, insieme hanno composto Il fannullone e Carlo Martello, e mentre De Andrè pubblicava Storia di un impiegato (era il 1973), Villaggio dava vita a Fantozzi, l'impiegato simbolo degli impiegati (il libro è del 1971, il film del 1975).
«Fabrizio era meglio di quello che si racconta» ricorda Villaggio: «era vario, creativo, interessante. Una persona che amava molto la vita». Si ricorda l'ultima volta in cui vi siete visti? «Purtroppo sì, all'Ospedale San Raffaele di Milano, un paio di settimane prima che morisse. Era irriconoscibile. Io ero un po' imbarazzato e cercai di sorridergli. Ma lui mi disse: "Smonta quella faccia, so bene cosa mi sta per succedere: non ho paura della morte ma mi dispiace lasciare questa avventura meravigiosa che è la vita"».
Prima di diventare famosi, Villaggio e De Andrè fecero anche la comune esperienza come intrattenitori sulle navi da crociera. E insieme a loro, sulla stessa nave, c'era anche un altro italiano che qualche anno dopo sarebbe salito alla ribalta - o sceso in campo, che dir si voglia.
«La nave si chiamava Federico C, e io facevo l'entertainer» racconta Villaggio: «Fabrizio, invece, "rallegrava" la prima classe di vecchi cantando Quando la morte mi chiamerà... E ai piani inferiori c'era lui, un pianista pieno di capelli umani che cantava Come prima, più di prima ti amerò. Era Silvio Berlusconi».
Cosa ricorda di lui? «Non era un creativo, usava le barzellette per farsi accettare». E con le donne come andava? «Beh, io e Fabrizio eravamo dei disperati». E Berlusconi? «Lui allora era molto timido». Un'affermazione che in questi tempi suona per lo meno inconcepibile: «oggi la pochezza della sinistra dice che lui è un puttaniere» conclude Villaggio (che sostiene spesso di essere schierato a sinistra del Partito Comunista Cinese), riferendosi alle vicende private del Premier: «ma i politici non dovrebbero intromettersi in questioni simili, lo dovrebbero fare solo i giornali specializzati».