Dopo aver fatto i conti con la psicanalisi – nel penultimo capitolo della saga di Bacci Pagano dal titolo Le cose che non ti ho detto - Bruno Morchio cambia rotta.
È appena uscito Rossoamaro, ultima fatica dello scrittore genovese, nel quale fa i conti con la Memoria. Con la M maiuscola.
«Avevo in mente questa storia da tempo – dice – alla fine penso che sia uscito nel momento giusto». Una storia di Resistenza, di partigiani, narrata senza la retorica eroica che ha spesso contornato racconti di parte, ma che aborrisce ogni tentativo di revisionismo. Non a caso il libro è dedicato alle donne e agli uomini che hanno combattuto dalla parte giusta.
Due le storie narrate, che si svolgono a distanza di tempo, e che inevitabilmente si intrecciano segnando il destino dell’ormai celebre investigatore genovese. La prima è ambientata nel periodo della seconda guerra mondiale, la seconda ai giorni nostri. «Il libro ruota attorno ad un episodio oscuro della guerra. L’omicidio di una donna innocente da parte dei partigiani. Ho voluto raccontare gli aspetti più brutali della guerra, perché solo da lì si può ripartire per dare un giudizio su quello che hanno significato il conflitto e la Resistenza. Io non sto, invece, al gioco di chi vuole scoprire piccole verità per nasconderne una più grande. Sono e rimango convinto che la resistenza abbia salvato questo paese».
Perché questo libro esce nel momento giusto? E perché Rossoamaro? «Perché stiamo assistendo alla perdita di un mondo, con tutti i suoi valori – dice Morchio – la confusione che regna nella società globalizzata ne è l’esempio più chiaro. Rossoamaro perché è un libro che lascia l’amaro in bocca, anche e soprattutto sul presente. E poi è un gioco di parole che si rifà al Biancoamaro, un aperitivo amato dai vecchi ma ormai sconosciuto ai più, fatto con frizzantino e Punt e Mes».
Per la prima volta Bruno ha fatto quello che fa sempre Bacci: ha indagato. «Il libro nasce da una serie di colloqui con vecchi partigiani. Sono stato accompagnato da un caro amico: Paolo Arvati. Ho ascoltato i ricordi di Gappisti (appartenenti ai Gap, Gruppi di azione patriottica ndr)».
Ma l’autore ha lavorato anche sui suoi ricordi: «mio padre lavorava al maglio nelle Fonderie Fossati di Sestri Ponente a Genova (dove ha vissuto per molti anni la famiglia di Morchio e dove si svolge il racconto del libro ndr), conosceva personalmente molti gappisti. Mia madre probabilmente ha partecipato in qualche occasione alla resistenza come staffetta».
Insomma, Bruno Morchio è sempre più uno scrittore impegnato? «Io credo che ognuno si debba impegnare nel proprio mestiere e fare il meglio possibile – dice l’autore – credo nella definizione gramsciana di intellettuale organico: la politica si fa nel proprio lavoro. Io ci provo, sia come psicologo che come scrittore».
A ben vedere, Rossoamaro è formato da due storie ben distinte. La vicenda della partigiana Tilde rappresenta un romanzo a sé. Mentre l'indagine di Bacci, alla ricerca degli aguzzini della sua amica prostituta Jasmine, forse perde un po' di peso rispetto alla prima. Morchio usa un trucco stilistico: la parte relativa alla guerra è scritta al presente, l’indagine di Bacci - nonostante si svolga nel presente - è descritta al passato. Come sottolineare che la storia si vede sempre con gli occhi del presente. «Sono esperimenti che mi serviranno - dice Bruno – in previsione del prossimo romanzo, che non avrà più Bacci Pagano come protagonista». La storia sarà ambientata a Genova e affronterà il tema del rapporto con il diverso: «l’incapacità di questo paese di rapportarsi con l’altro».