Scrive da sempre, ma questo libro incarna la madre di tutte le storie o forse la storia madre, da cui tutto nasce. «Non ho mai pensato di pubblicare - afferma Emilia Marasco, docente di storia dell'arte e alla guida dell'Accademia Ligustica - per me la scrittura è sempre stata un'esperienza intima e personale. Non che non volessi pubblicare, semplicemente avevo altre precedenze nella vita».
Oggi Emilia Marasco è al centro dell’attenzione perché una delle sue storie La memoria impossibile. Storia felice di un'adozione, (TEA, 2008, 10 euro) ha effettivamente preso la via della pubblicazione e da poco è in libreria. Come afferma lei stessa, «a un certo punto mi sono accorta che tutta una serie di appunti, questo diario costruito su frammenti di conversazioni con i miei figli, Tilahun e Zenebech (adottivi, ndr) ma anche Andrea (figlio naturale, ndr), aveva una forma». Una forma compiuta che è diventata liberatoria perché, da quando erano arrivati i suoi figli, Emilia Marasco non era più riuscita a scrivere altro, di sicuro non riusciva più a scrivere fiction: «da allora è cambiato il mio modo di scrivere - spiega - mentre loro consegnavano dentro di me i loro racconti e le loro esperienze. Tanto forti, emotivamente, che non riuscivo a inventare niente, l'unico impulso era fissare la realtà, perché essa aveva il sopravvento sull'immaginazione».
Niente è stato lasciato al caso, Emilia ha consegnato all’editore, con tutte le cure possibili, questa sua storia - che è fortemente autobiografica e ruota intorno al vissuto dell’adozione – già divisa in capitoli e corredata da un indice che ne stabiliva l’ordine e le precedenze. Anche il titolo arriva da lei, seppure indirettamente perché suggeritole dal marito Renato: «La memoria impossibile nasce dalla considerazione che i racconti dei miei figli adottivi, se scritti, un giorno avrei potuto restituirglieli. Anche se poi, crescendo, questa memoria loro la stanno gestendo personalmente, trattengono flashback ma non necessariamente desiderano recuperarla interamente». E infatti in uno degli ultimi capitoli del libro proprio la necessità di dimenticare emerge in una delle conversazioni tra Emilia e i suoi figli adottivi:
«Man mano che mi raccontavano la loro storia, come uccellini si spogliavano del vecchio piumaggio, e rapidamente assumevano nuovi modi di parlare, di muoversi, costruivano una nuova relazione con il mondo e dimenticavano. Non tutto quasi tutto, una volta Zene al termine di una rievocazione particolarmente drammatica mi ha detto: «Non raccontarmelo mamma quando sarò grande e me ne sarò dimenticata».
I tre figli di Emilia sono stati i primi a leggere le bozze del libro e autorizzarne ufficialmente la pubblicazione. Anzi Zenebech l’ha proprio spinta a farlo. E seppure questo sia certamente un libro incentrato sull’esperienza dell'adottare e dell'essere adottati, è necessariamente - dato il punto di vista - anche un libro sulla maternità. Non da ultimo, anzi forse in primis, è una narrazione sulla lingua attraverso cui si costruiscono le relazioni umane. È una storia sul modo in cui il dialogo e l’interazione provocano modifiche reciproche tra i parlanti, inducono alla crescita, alla presa di coscienza, trasformano il proprio sé e l'altro, ma anche l’ambiente che li include, insomma un libro sul valore stesso della narrabilità di ognuno di noi e su ciò che il racconto quotidiano, che si svolge tra individui, ne solidifica le relazioni affettive.
Una storia vera dunque, ma anche la somma di tanti frammenti di storie e punti di vista che inevitabilmente raccontando, raccontiamo come fossero nostri, ma a volte non abbiamo vissuto direttamente.
Cosicché visto dalla distanza, questo libro, come ammette Emilia stessa, sembra già appartenere a qualcun altro, costruire una storia inventata. Come dice ancora una volta Zene, in un'affermazione che Emilia riporta alla fine del libro:
«Mi sembra la storia di un'altra bambina», ha commentato Zene mentre leggeva».
Percorre tutto il libro un altro elemento metanarrativo molto forte, ovvero la costruzione di una lingua comune, e nello specifico la ricostruzione di una lingua-madre. «La lingua di Tilahun e Zenebech, l'aramaico, è una lingua molto difficile che i miei figli conoscevano in maniera diversa. Tila la conosceva meno, Zene, che quando è arrivata era più grande, la dominava di più e soprattutto conosceva molte canzoni. Era necessario, seppur doloroso, che la abbandonassero. Perderla non era facile, ma in sé era una barriera alla costruzione del nostro rapporto e all'adozione reciproca».
Se è possibile dire che ogni volta che nasce una storia, nasce anche una lingua, è altrettanto vero - ma forse meno noto - che una donna, quando diventa madre, conia la lingua madre dei figli nel rapporto con loro.