25 febbraio 2008 ore 16.00. La riconosco subito, da lontano, in cima a via Venti Settembre che mi aspetta, anche lei mi riconosce, finalmente, questa amicizia nata virtualmente in tutti questi mesi (tanti, possiamo già parlare di anni? Non lo so più) si è rafforzata con mail, scambi di pezzi di vita, esperienze, cose scritte. E poi finalmente la voce al telefono e adesso eccola lì davanti a me. Lilli Luini, scrittrice, una delle anime del blog, sta qui davanti a me, mi getta le braccia al collo ed io anche, è un vero abbraccio.
Sapevo che ci saremmo salutate così.
Venerdì 29 febbraio, alle ore 18.00, nella libreria del Porto Antico, dove il Guglielmino offre gentilmente lo spazio perfetto per questo tipo di incontri, verrà presentato il libro di Lilli Luini e Maurizio Lanteri, Non tornare a Mameson, edito da Frilli. Questo per essere subito chiari e non rischiare che vi perdiate l'informazione, casomai non doveste avere il tempo di leggere tutto il pezzo. Sappiate pure, anche se è meno importante, che lo presentiamo il Bruno Morchio ed io.
Avevo pensato di preparare una specie recensione, anche se probabilmente non sarebbe stata troppo professionale, perché l'avrei cominciata così: ho letto un bel libro. E infatti così la comincio, ho letto un bel libro, ma sarò assai breve, perché mi viene voglia di sentire loro, gli autori, e così li ho intervistati. Tornando al romanzo, è una storia intensa, piena di ritmo e tensione, un noir animato da personaggi forti, veri soprattutto, specie per come ci vengono presentati, nella loro ambivalenza e con le loro fragilità.
Lilli e Maurizio (hanno anche un sito: www.lanteriluini.it) raccontano la storia di un uomo, un politico, che sconfitto dalla carriera (e forse dalla vita?) si ritira in una baita di montagna, perché con la vita “normale” lui proprio non ci vuole avere a che fare. Non lo amerete subito questo personaggio, forse vi starà antipatico. Ma Enrico, questo è il suo nome, si imbatte in qualcosa di molto più grande di lui. Scopre il mondo di Ophelia. E allora tutto cambia. La Luini e Lanteri, mettendo in gioco anche tutti gli altri personaggi, le molte donne che fanno corona al protagonista maschile, ci raccontano di un viaggio verso l’ignoto, attraverso boschi selvaggi nei quali ci si può perdere, e per qualcuno un viaggio anche all’interno di se stesso. Luini e Lanteri ci parlano della paura del buio oltre la siepe, di quello che non si conosce e perciò si teme, ma nello stesso tempo si vuole andare a scoprire. E proprio la scoperta di un terribile segreto ci condurrà verso un finale emozionante.
E adesso le domande per voi, Lilli e Maurizio.
Intanto la prima cosa che mi viene da chiedere è: la scrittura, atto vitale ma anche momento intimo. Come si fa a conciliare tutto questo scrivendo con un’altra persona?
«L'atto creativo rimane intimo, ma è condiviso con solo quella persona al mondo. Chissà per quale alchimia, quando scriviamo il mondo che ci sta dentro è lo stesso per entrambi, o molto simile. È il momento migliore: parliamo di qualcosa che conosciamo soltanto noi, inventiamo storie e vite dei personaggi. Chi ci ascolta – il più delle volte in pubblico, al telefono – pensa che siamo matti».
E come è nata questa collaborazione tra Maurizio Lanteri e Lilli Luini?
«Cinque anni fa, per caso. Ci siamo incontrati su Internet, Maurizio aveva un'idea per un romanzo a due voci e l’ha proposta a Lilli. È andata benissimo, non ci siamo più fermati...».
I personaggi. Quest’uomo che fugge, deluso dalla sconfitta, è un politico. E Beatrice è una giornalista. C’è una ragione particolare per cui avete scelto proprio queste due categorie, quella del politico e quella del giornalista a caccia di scoop, di cui in questo momento tanto si parla?
«Per Enrico volevamo un uomo che avesse subito un colpo devastante, non perché drammatico in sé, ma per la sua incapacità di accettarlo. Abbiamo pensato alla... casta dei politici, che vive secondo regole diverse dalla gente comune, e a come debba essere difficile, nei rari casi in cui accade, rientrare nei ranghi. Questo totale smarrimento era necessario perché Enrico prestasse ascolto ai deboli richiami del mondo di Ophelia, magico e istintuale. In quanto a Beatrice, non abbiamo scelto il giornalismo apposta per parlare dei media attuali, ma la storia si è sviluppata così perché Beatrice era una giornalista. Proprio come nella vita reale».
Beatrice. È una donna sola che deve fare i conti con il passato (la madre, il padre di Stefano) e con il presente (la malattia del figlio). Quanto è stato facile o difficile calarsi nei panni di questa donna e raccontarla con tanta passione?
«All'inizio difficile, come per tutti i personaggi diversi da noi, che pensano e agiscono in maniera del tutto diversa. Poi però si trova sempre un contatto, un'empatia».
Il tema della follia. Voi lo affrontate attraverso Ophelia e attraverso le donne della sua famiglia. In qualche modo, leggendo il libro, queste donne possono sembrare le vere vittime di una società che le ha messe ai margini. Era nel vostro intento?
«No, anche perché all'inizio non c'era un vero intento. Come sempre, quando scriviamo, siamo partiti da uno spunto, non sapevamo cosa sarebbe accaduto ai nostri personaggi. Con il senno di poi, l’emarginazione pare una conseguenza della follia e non viceversa e quindi ci vorrebbe un romanzo apposito sul passato della famiglia di Ophelia per indagarla. E non è detto che non si faccia...».
Chi sono i vostri scrittori e le vostre scrittrici di riferimento, e quale libro, se uno c’è stato, vi ha cambiato la vita.
«Lilli: Joyce Carol Oates, Melania Mazzucco e Stephen King».
Maurizio: «Stephen King, il Ken Follett de I pilastri della terra. Fra gli italiani Lucarelli e Carlotto.
Riguardo al libro della vita, consultandoci per questa intervista abbiamo scoperto di esserci appassionati alla lettura nello stesso anno, con lo stesso romanzo, Il Dottor Zivago. Avevamo 10 e 12 anni, immagina quanto abbiamo capito!».