A volte per spiegare le idee di Aristotele, Rousseau o John Locke, ti raccontava un film western
Flavio Baroncelli - professore di Filosofia Politica dell'Università di Genova, mancato di recente.
Mentre tu cercavi di capire le loro teorie della giustizia pensando che la soluzione fosse nelle pieghe della pagina, dentro la carta di cui sono fatti i libri, capivi d'un tratto che era meglio guardare
Ombre rosse, o pensare a cosa succede tutti i giorni intorno a noi.
Riflessione filosofica ed esperienza quotidiana, nel suo modo di fare filosofia, erano inscindibilmente intrecciate.
Gli Stati Uniti - non solo per i western - sono sempre stati un punto di riferimento per Baroncelli. Da due dei suoi viaggi negli States è tornato con la voglia di scrivere un libro. Nel 1996, dopo un soggiorno all'Università del Wisconsin nacque
Il razzismo è una gaffe (Donzelli), saggio dove illustra come il linguaggio che usiamo influenzi profondamente le idee che ci facciamo del mondo. Nel 2006, quando tornò laggiù per curarsi, ha scritto
Viaggio al termine degli Stati Uniti. Perché gli americani votano Bush e se ne vantano (Donzelli). Si tratta di due
opere brevi ma illuminanti, dense di riflessioni tutt'altro che semplici, ma raccontate con un linguaggio molto poco accademico.
Mercoledì 23 maggio al Teatro Modena, a tre mesi dalla sua scomparsa, verranno letti alcuni passaggi da
Viaggio al termine degli Stati Uniti.
Durante il soggiorno, dopo un viaggio o una visita particolare,
Baroncelli scriveva lunghe mail agli amici. "Le loro repliche erano farmaci miracolosi per il mio morale. Se poi qualcuno mi riferiva che l'avevo fatto ridere, quella era la felicità: afferravo al volo la scusa per rileggermi, e ridacchiavo da solo" (p. 10). Alla fine, quella corrispondenza è diventata un libro.
Il racconto si dipana tra i luoghi visitati e i valori di un'America poco conosciuta. È quella del Sud anonimo, dell'Arkarnsas, la nazione più povera del firmamento americano. O del Mississippi, dove l'autore visita la casa natale di Elvis: "nemmeno nella mia infanzia, nel dopoguerra italiano [...] ho mai conosciuto una famiglia di normali lavoratori che vivesse in una situazione così precaria" (p.104).
Il paese che ci racconta Baroncelli non ha nulla di epico, di affascinante. Niente di più lontano dall'immagine patinata della cinematografia. Sono i luoghi di Steinbeck e Faulkner. Eppure, anche qui (o forse proprio per questo), il valore che spicca sugli altri è il denaro: "Soldi, dunque: soldi e basta; tutto il resto è puro e semplice fallimento" (p. 136).
Il quadro umano e sociale non è da meno. L'autore - dopo aver descritto, e varie volte criticato, quegli americani - non riesce a guardarli solo con l'occhio dello scienziato. Dei "poveracci che hanno votato Bush perché l'hanno sentito, percepito epidermicamente, come il maschio dominante", dice: "Se facessi la loro vita, in assenza di proposte per me credibili, appetibili e comprensibili da parte dei democratici, mi comporterei come loro".
In quelle pagine ci sono tanti altri spunti, tante immagini e riflessioni, che bisogna leggerlo tutto, più volte, per metabolizzarle. E fa pure ridere, potete quasi immaginare che stia scrivendo una mail ad un amico.