Con una dedica eloquente
alle nostre madri le studiose del pensiero filosofico
Pieranna Garavaso (ordinario di Filosofia presso l'Università del Minnesota, Morris) e
Nicla Vassallo (ordinario di Filosofia della conoscenza presso l'Università di Genova) escono in libreria in questi giorni con il volume
Filosofia delle donne (Laterza).
Pubblichiamo in anteprima un estratto dalla parte introduttiva e ricordiamo che lo scorso novembre il lavoro di ricerca confluito in questo volume è stato presentato in una
Lectio Magistralis di Vassallo all'interno della rassegna
Teatro e Filosofia, a cura de I Buonavoglia.
Fare filosofia delle donne è un modo
per immettere nel dibattito contemporaneo nuovi punti
di vista che non sono stati ancora espressi e affinati a pieno.
Una filosofia delle donne non rappresenta tutte le voci
finora escluse. È solo un esempio, e speriamo un modello,
di come si debba allargare il dialogo filosofico.
Una filosofia delle donne è una filosofia in cui le donne
parlano da protagoniste, è un discorso fatto da loro e
che a loro appartiene; in essa le donne sono i soggetti del
dialogo. È anche una filosofia sulle donne, che parla delle
donne e degli argomenti che a loro interessano, in cui il
mondo femminile diviene oggetto del discorso.
[...]
C'è bisogno di una filosofia delle donne?
Lo studio della filosofia raffina l'intelletto. Lo dimostrano
le statistiche dell'Educational Testing Service sui risultati
ottenuti da studenti universitari nel Graduate Record Examination
(GRE), un test che misura «le capacità di pensare
criticamente, di scrivere in modo analitico, di ragionare
verbalmente e quantitativamente, capacità acquisite nell'arco
di un lungo periodo di tempo e non in connessione
con alcun campo specifico di studio». Tra il 2001 e il 2004,
gli studenti intenzionati a conseguire un Bachelor of Arts
in filosofia - titolo di studio paragonabile a una laurea in
Italia - hanno ottenuto per il ragionamento verbale e la
scrittura analitica i risultati più alti nel GRE rispetto a studenti
di altre discipline, e i più alti per il ragionamento
quantitativo nelle discipline umanistiche.
Purtroppo, i dati indicano che sono soprattutto gli uomini
a trarre vantaggio dallo studio della filosofia. Nei paesi
anglosassoni sono più gli uomini che le donne a laurearsi
in filosofia; in Italia, invece, dove si laureano in filosofia
più donne che uomini, le docenti ordinarie di filosofia -
così come in ogni altro campo del sapere - sono davvero
rare: sono ancora Socrate e Immanuel, non Cristina e Ipazia
a frequentare le più raffinate palestre della mente.
Se lo studio della filosofia ha effetti positivi sulle capacità
intellettuali degli esseri umani, costituisce uno svantaggio
per le donne e per tutta la nostra cultura che queste
non ne traggano beneficio al pari dei loro colleghi maschi.
Ma, potrebbe obiettare qualcuno, forse è semplicemente colpa delle donne se non si dedicano alla filosofia; dopo tutto sono loro che scelgono liberamente di non fare filosofia fino ai livelli accademici più elevati, di non diventare
professori universitari. Il punto cruciale di questa
obiezione sta tutto nel termine liberamente. Per capire cosa
diciamo quando affermiamo che la maggioranza delle
donne sceglie liberamente, è utile paragonare la questione
del perché non ci sono più donne che scelgono di intraprendere
una carriera universitaria in filosofia alla questione
del perché non ci sono più donne tra i docenti universitari
di informatica, di fisica e di molte altre materie
scientifiche. Su questo problema si è concentrata una discreta
attenzione negli ultimi venti o trent'anni.
Le scienze, così come la filosofia, richiedono grande intelligenza
e solide capacità logiche e razionali. Nell'immaginario
collettivo, nella cultura popolare, nel senso comune
e nei miti, le donne vengono però rappresentate spesso
come esseri istintivi, passionali, sensuali, irrazionali, emotivi
e perfino illogici. Queste idee sulle donne e sulle loro
capacità, sul loro ruolo sociale e sulla loro supposta natura,
hanno esercitato un influsso straordinariamente potente
sui modi in cui le donne sono state educate e sulle modalità
con cui è stato loro permesso o proibito di essere
pensatrici e artiste. Non dovrebbe sorprendere che molte
donne, nella storia della civiltà occidentale, abbiano liberamente
scelto di non diventare scienziate e filosofe; c'è da
stupirsi piuttosto che ve ne siano state alcune, nonostante
tutto.
Se siamo convinti, come ogni vero filosofo dovrebbe essere,
che si valuta meglio una tesi considerandola da molti
punti di vista e se accettiamo il fatto che, quando sono persone
appartenenti a gruppi sociali diversi a fare ricerca,
pensare, sollevare domande, avanzare ipotesi, presentare
una risposta, difenderla, obiettare, i risultati finali sono diversi
da quelli raggiunti da persone appartenenti tutte al
medesimo gruppo, diventa allora indispensabile includere
nel dialogo filosofico una grande quantità di punti di vista
diversi.
[...]
La musica cambia a seconda di chi la suona. Lo stesso
è vero per una conversazione filosofica: i punti di vista
considerati sono differenti a seconda di chi ha la voce per
intervenire. Per Ipazia e le sue sorelle sarà più interessante
un dialogo in cui possano essere protagoniste e che verta
su problemi di loro interesse. C'è bisogno di una filosofia
delle donne innanzitutto per le donne, per l'altra metà
del genere umano. Ma c'è anche bisogno di una filosofia
delle donne per la filosofia stessa, perché essa necessita di
rappresentare la più ampia varietà possibile di punti di vista
e Ipazia è tra coloro che non hanno avuto finora voce
nella filosofia tradizionale.