Domenica 31 agosto 2008 (ore 17.00) Marco Aime, antropologo e scrittore, sarà ospite del Festival della Mente di Sarzana. Il tema dell’incontro, condotto insieme a Marc Augé, sarà sul mestiere dell’antropologo, che Aime definisce individuo tra gli individui.
Cosa vuol dire?
«L’antropologia è un’attività scientifica anomala, in quanto il soggetto e l’oggetto dell’indagine appartengono allo stesso genere. Il fatto di andare presso una comunità e condividere con le persone dialoghi, pasti, il loro modo di vita va al di là dell’aspetto scientifico. Si tratta di cercare di comprendere e di calarsi in una determinata realtà e di intrecciare relazioni».
Forse l’interesse per l’antropologia sta nel suo occuparsi della vita sociale della piccola tribù africana come della realtà che ci si trova sotto casa?
«Certo l’antropologo si può occupare anche di comunità più vicine alla sua realtà, come potrebbe essere, ad esempio, quella degli immigrati. Tuttavia il metodo rimane quello del soggiorno prolungato, dell’osservazione partecipata, che distingue l’antropologia da altre discipline sociali».
Immergendosi nella vita di una comunità e intrecciando relazioni, non si rischia di perdere la distanza critica?
«Il lavoro dell’antropologo è un continuo allontanarsi e avvicinarsi, entrare e uscire. Bisogna mantenere un equilibrio tra il calarsi nella realtà e preservare, come diceva Lévy Strauss, lo sguardo da lontano».
In Eccessi di culture (Einaudi, 2004) lei scrive di come oggi si ponga troppa attenzione alle differenze, creando forme di resistenza all’osmosi culturale. Può sembrare un paradosso per l’antropologo che va alla ricerca di quelle differenze.
«Potrebbe sembrare un autogol. Nel libro, in realtà, mi riferisco all’uso politico che si fa delle differenze per creare delle barriere. Tra le varie culture le differenze ci sono, ma allo stesso modo esistono degli spazi di somiglianza. Calcando troppo la mano sulle diversità si rischia di dimenticare cosa ci rende simili».
Allora per l’antropologo può essere più importante ricercare le somiglianze piuttosto che le differenze?
«Tutte e due. In passato le differenze tra l’Occidente e gli altri paesi erano più marcate. Oggi quelli che venivano chiamati indigeni o primitivi hanno studiato. Forse è più interessante capire cosa questi contatti hanno sviluppato, le nuove forme di relazione che hanno creato».
Lei è autore, oltre che di saggi di antropologia, anche di libri che esulano dalla sua principale materia d’interesse.
«Scrivo racconti di viaggio. È una passione. In realtà le due cose hanno in comune il tema del viaggio. Per me l’antropologia è nata dopo avere iniziato a viaggiare. I viaggi a volte nascono da una narrazione, magari da delle foto che vediamo. A volte sono i viaggi che possono dare vita a dei racconti».
Il Festival della Mente è una manifestazione di grande richiamo che sta crescendo negli ultimi anni. Lei è stato ospite anche della scorsa edizione. Cosa ne pensa del Festival?
«È una formula ben riuscita. La scelta dei temi dei relatori è vincente e inoltre Sarzana si presta bene ad accogliere il Festival. È una piccola cittadina e tutto avviene in uno spazio breve. Relatori e spettatori condividono uno spazio in cui si alternano momenti di dialogo più impegnato a momenti anche di incontro ludico».
Dal libro Gli stranieri portano fortuna (Epochè, 2007), in collaborazione con Carla Peirolero, ha tratto una versione teatrale, presentata alla scorsa edizione del Suq - Festival delle Culture. Come è nato questo progetto?
«Sono dei racconti orali di un ragazzo africano che ho trascritto. Carla li ha adattati per il teatro e in questo modo hanno ritrovato la loro dimensione orale originaria. L’idea era quella di un progetto a carattere interculturale in cui si potessero utilizzare questi racconti e scoprire che possono avere valore anche per noi».
In questi giorni a Genova si parla del tema della rappresentazione. Cosa ne pensa del successo di Second Life e della rappresentazione virtuale?
«Sono fenomeni che vanno presi in esame. La tecnologia fornisce nuovi strumenti per creare nuove identità, come l’avatar di Second Life, anche se la necessità di autorappresentazione nell’uomo è sempre esistita, solo che prima veniva espressa attraverso altri mezzi. È vero però che non si tratta solo di un cambio di strumento, ma che il nuovo mezzo può creare a sua volta nuove dinamiche».
Progetti futuri?
«Un libro di antropologia per i ragazzi delle scuole medie».