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Scrittore e fotografo, Maurizio Maggiani ha da sempre mostrato nei suoi lavori una passione intrecciata per l'umano e il suo ambiente, spesso elemento scatenante per il recupero della memoria. Abbiamo rintracciato con lui le origini di questa sua propensione a recuperare la percezione delle cose attraverso lo sguardo e l'obiettivo della macchina da presa. «La passione per la fotografia mi è nata quando avevo circa 16 anni. Un giorno mio padre tornò a casa con una macchina fotografica Zenit. L'aveva pagata 40 mila lire, in quaranta rate, e l'aveva acquistata al Dopo Lavoro Ferroviario dove c'era un'esposizione di prodotti sovietici. Tornò anche con delle matrioske. Fino a quel giorno in casa mia non c'era mai stata una macchina fotografica, né delle matrioske. Ancora oggi non so perché le comprò, fatto sta che non usò mai quella macchina e così, naturalmente, me ne appropiai». L'occasione per scoprire il Maggiani fotografo, per chi ancora non lo conoscesse sotto questo aspetto, sarà a breve una mostra Mi sono a perso a Genova a Palazzo Ducale, Loggia degli Abati (in programma dal 22 novembre 2007 al 10 febbraio 2008) e una nuova pubblicazione, Mi sono perso a Genova (Feltrinelli).
«Perché ho cominciato a usarla quella macchina ancora non lo so», continua. Il primo scatto? «Un vaso con un mazzo di fiori». Il racconto prosegue sugli acquisti successivi "una tanica per lo sviluppo", perché precisa «ero più interessato all'aspetto meccanico che alle fotografie in sé. All'epoca mio padre non era ancora riuscito a dissuadermi a proposito del mio desiderio di diventare meccanico».
Da buon narratore Maggiani entra ed esce dalla filo narrativo principale di questa sua speciale autobiografia, trasportandomi indietro nel tempo e, per mettere meglio a fuoco le sue parole, sottolineare ora il contesto storico (gli anni della sua giovinezza) ora quello socio-culturale (campagna in provincia). Il punto nodale della storia arriva con la sua affermazione: «io non c'ho mai visto bene. Ho i coni strinati, con una percezione della realtà molto diversa dagli altri. Mi colpiscono soprattutto i particolari. Non sopporto i contrasti, amo la visione morbida (chenon vuol dire velata) e non vedo le cose veloci. Mi soffermo, vado vicino alle cose, vado insomma a guardare con il naso, più che con gli occhi». In particolare è il modo in cui la luce cade sugli oggetti, i luoghi, i palazzi a sollecitare l'attenzione del nostro fotografo che, dopo i primi tentativi e giochi per così dire casalinghi, acquista una nuova macchina e fa di passione mestiere, guadagnando le sue prime lire.
Nello strumento, Maggiani ha cercato un compagno di viaggio e testimone che fosse in grado di vedere quello che vedeva lui, catturare quelle «percezioni singolari o allucinazioni». Ma il mezzo come spesso accade è traditore. «La macchina fotografica va per conto suo, non ha mai avuto quella propensione che caratterizza il mio modo di vedere e quindi non ci sono mai riuscito e renderla veramente spettatrice fedele al mio sguardo». Ne è nato un rapporto diverso, come tra compagni di viaggio che osservano e vivono insieme un'esperienza ma poi la restituiscono come due momenti esclusivi e individuali. «C'è sempre stato un conflitto tra ciò che vedeva uno e ciò che vedeva l'altro, ma anche tra ciò che era accettabile e gradevole per me dell'una e dell'altra visione». Nella relazione l'esperienza prosegue «ogni foto è una sorpresa, non necessariamente attraente, che eccita la mia vista».
Al Maggiani fotografo corrisponde anche un Maggiani viaggiatore. E proprio intorno al suo primo viaggio sono da ricercare le ragioni della sua predilezione per un certo andare senza meta, perdersi. «Avevo 17 anni - e per farmi bello con una ragazza - andai da Varese alla frontiera con la Svizzera. Una volta là, sono tornato indietro con un trenino, praticamente subito. Quella città mi faceva paura ed ero privo di soldi per dormire lì». Il fascino del perdersi, la sensualità per questo raggiungere un luogo senza un fine specifico o una meta particolare fa parte di una sensualità del viaggiare che Maggiani spiega recuperando le sue origini contadine. «Mio padre e, in generale tra i miei, si usava dire "mai com'a ca' toa" (mai come a casa propria), perché nella cultura contadina il viaggio non è proprio previsto. Io invece ho sempre subito il fascino dell'abbandonarsi, la vertigine provocata dalla vastità. Allora, come oggi, mi metto in viaggio per andare a perdermi. Per fare un esempio: sono stato sei volte a Parigi ma non sono mai entrato a Louvre, perché non programmo mai il mio viaggio, non organizzo mai niente, perché essenzialmente non me ne frega niente. Non vado per arricchirimi, se mi arricchisco è perché mi imbatto in qualcosa che mi attrae, mi interessa. Sarà anche che per via del mio difetto agli occhi, ma non sono portato alla visione museale, preferisco un bel libro d'arte. Anche nei musei vedo sì, ma altre cose, non perché mi distingua, ho solo bisogno di altre cose». E qui si arriva al concetto della deviazione, dove fotografia e viaggio si sovrappongono. La svolta narrativa o fisica,quella tipica dell'andare a piedi senza programma, è la caratteristica distintiva che informa il Maggiani narratore (tra fotografia e scrittura). «Solo a piedi si può veramente deviare, neppure in bici ci si riesce, troppo veloci. Viaggio da sempre e porto sempre con me la macchina, è un po' come viaggiare in due. Tra noi si realizza quell'affiatamento difficilissimo da creare tra persone, per cui tu vedi una cosa e dai di gomito a chi ti sta accanto. È questo il senso del mio scatto».
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