Visto da lui - Il parere di Giorgio
Nella sottile linea di demarcazione che separa la denuncia dalla complicità, il cinema si è sovente aggrovigliato. D'altra parte non c'è dubbio alcuno che il fascino del bandito sia un luogo narrativo vincente e vecchio come il mondo. Ed è interamente ascrivibile a questo genere di fascino e al carisma di Vincent Cassell, qui in un ruolo che vale una carriera, l'efficacia del film di Richet, dedicato a Jacques Mesrine e tratto dall'autobiografia che scrisse egli stesso in carcere prima di una clamorosa evasione.
Mesrine non era semplicemente un bandito che si muoveva in bilico tra criminalità organizzata ed esercizio autarchico della violenza: era un personaggio pubblico le cui vicende personali avevano acquisito nel corso degli anni una risonanza mediatica vastissima quanto ambigua (da cui il titolo del film). Ben lontano dal ricercare una riflessione critica sull'argomento, per lo meno in questa prima parte (la seconda uscirà ad aprile), Richet sceglie la via del thriller saturo d'adrenalina, affastellando rapine e parentesi domestiche con lo stesso ritmo frenetico: sequenze brevi e sovraccariche girate con maestria, ma capaci di palesare al contempo uno scarso interesse per l'introspezione psicologica e l'affresco storico. Probabile, data la mole (sdoppiata) del risultato (in tutto quasi 4 ore) che si sia trattato più di un'esigenza che di una scelta. Ovviamente non è una giustificazione.
Visto da lei - Il parere di Tengi
Non credo di dir nulla di nuovo se vi anticipo che questo film è a episodi. Anzi, forse sì, dato che io non lo sapevo, e mi sono vista cacciar fuori dalla sala quando pensavo ne mancasse ancora un bel po', liquidata con due righe prima dei titoli di coda: fine prima parte. E così alla delusione per il film si è aggiunta quella per l’interruzione, e ben mi sta.
Pare che sul personaggio, tale Mesrine, i francesi abbiano realizzato film e serie televisive, un po' come da noi con la Banda della Magliana. Sono i grandi anti-eroi nazionali, che suscitano paura e fascinazione. Quelli dalla vita maledetta, ma che al pubblico di impiegati frustrati sembra benedetta e invidiabile. Il film quindi ha un suo senso celebrativo, e pure un suo motivato protagonista. Vincent Cassel ci crede, e ti credo: fa il figo che non deve chiedere mai, che evade di galera e che spara proiettili come fossero coriandoli. Sempre in giacca di pelle. Insomma: uno stronzo, ma tanto affascinante. E sia.
Il film va spedito e senza intoppi, ma, che dire, è una storia che i francesi conoscono. A chi non la conosce, tipo me, è parsa un po' troppo una americanata. Quanto ai magnifici anni '70 che ne costituiscono lo sfondo, una sola parola: ebbasta. Quanto invece al fatto che sia una storia vera: beh, abbiamo visto troppi film di De Palma per stupirci ancora.
Da segnalare una perla di comicità (involontaria): il buon Depardieu che si reca, con il passamontagna e una panza monumentale, ad uccidere il rivale malavitoso. Il quale, rassegnato, replica: «togliti quella maschera, non serve». E te credo! Un po' come se a casa vostra arrivassero 140 chili di Gabibbo con mascherina da Zorro, a ribattervi increduli: «Mea belandi, come hai fatto a riconoscermi?!»