Visto da lei - Il parere di Tengi
Niente da dire, Kate Winslet è attrice fatta e finita. L'avevo lasciata in Revolutionary Road, tremante e disillusa in un film che mi è rimasto dentro per qualche giorno, e ora me la ritrovo qui, in una pellicola altrettanto straordinaria, a interpretare un ruolo forse meno sfaccettato ma non meno inquietante.
Inquietante lo diventa nella seconda parte del film, quando la storia (rivissuta dal protagonista molti anni dopo) svela il tragico passato della giovane donna che curò la sua iniziazione sessuale, quando non aveva ancora sedici anni. Lo spettatore, così come quel ragazzo, non riesce a dimenticare quel passato felice, in cui lui e lei erano, tutto sommato, insieme, a dispetto di tutto, nella vasca da bagno, in un appartamento piccolo ma decoroso, nella Berlino del dopoguerra... E non riesce a lasciarla al suo destino di disprezzo e solitudine, ma ne conserva un ricordo incredulo, desiderando ancora di vivere la sua presenza, di non abbandonarla, di starle vicino regalandole la propria voce per dar voce a tutte le emozioni che albergano nel cuore di lei. Oltre il senso della giustizia, oltre tutte le parole spese in un processo, oltre tutte le azioni di una vita, oltre il nulla di una tragedia indescrivibile che rimane racchiuso in una scatola da thè, c'è il vuoto lasciato da quella donna che nel suo cuore ha vissuto una volta sola e in un modo solo, in quella lontana estate del 1958, a Berlino.
Visto da lui - Il parere di Giorgio
Qualche settimana fa Mauro Gervasini, su Film TV, nella recensione di Sette Anime, sosteneva la necessità di distinguere, con riferimento a gran parte del cinema americano degli ultimi tempi, la differenza tra film d’intreccio e montaggio (di cui sono ad esempio maestri Christopher Nolan e M. Night Shyamalan), in cui la l’attenzione è assorbita dall’elaborazione di un plot ingegnoso e di un ancor più ingegnoso modo di svilupparlo per immagini (Memento o i film di Inarritu ne sono casi tipici), e film di caratteri, in cui a svettare è la costruzione drammatica dei personaggi, la loro tridimensionalità e le loro sfumature.
Gervasini sostiene la superiorità del secondo di contro alla recente, sfrenata diffusione del primo. Al di là del giudizio di merito, The reader, con le sue capriole temporali, i flashback e i flashforward, e la scarsa prospettiva d’inquadramento dei personaggi (affidata poco più che a qualche parentesi domestica per il ragazzo e ai ricordi che emergono durante il processo per la donna), si colloca appunto sul fronte più recente (a differenza del bellissimo Revolutionary Road), pur senza eccedere.
Ha un impianto fortemente letterario, che, come in tutte le riduzioni meno riuscite, si palesa pesando sulla fluidità del racconto; ed insiste infine con una certa grevità sulle parentesi erotiche, che finiscono, in così poco contesto, per perdere di necessità. La seconda parte, con lo scioglimento del rapporto tra i protagonisti, divenuti nel frattempo adulti e anziani, funziona meglio, e a tratti commuove (da brividi la scena della scatola di thè, nell’appartamento newyorkese). Ma il nucleo resta quello di una storia d’amore basata sul potere catartico della parola (scritta e letta), che avrebbe potuto funzionare meglio.