Visto da Lui - Il parere di Giorgio
Potrebbe sembrare un puro esercizio critico (e probabilmente lo è), ma è comunque interessante mettere a confronto il primo e l'ultimo film hollywoodiano di Sam Mendes, ovvero American Beauty e Revolutionary Road. Perchè se entrambi scavano nelle crepe del sogno americano, quello delle villette a schiera, del lavoro sicuro, delle tavole imbandite, dei weekend al mare, tuttavia lo fanno con sensibilità dissimile, a testimonianza che l'autore americano, pur restando legando a certe tematiche e a uno sguardo registico inconfondibile (la composizione geometrica delle inquadrature, la fotografia patinata, l'uso narrativo delle musiche, che nei due film sono tanto simili da sfiorare l'auto-plagio) ha compiuto un vero processo di maturazione artistica. Nelle ferite coniugali di Frank e April, nei loro caratteri, non c'è nulla di caricaturale, nulla di limato "ad arte", ovvero per uno scopo. E se lo scopo c'è, se l'arte è evidente, comunque si perde: è sovrastata dalla concretezza delle vite dei personaggi e delle loro esigenze (l'unico personaggio-funzione del racconto, la voce che fa il punto della situazione accomodando le carte in tavola per chi si fosse distratto, è quello del matematico fuori di testa). April, di indole artistica, quindi insofferente alle gabbie culturali conservatrici e al loro riflesso sociale, critica e autocritica fino alla nevrosi, vede qualcosa che suo marito non è in grado di vedere con uguale lucidità. Lo porta con sé ma poi lo perde per strada. Mentre Frank, che pure certe ambizioni condivide, riesce ad arrivare fino a dove il suo amore per la famiglia, il suo senso di responsabilità, così come gli è stato tramandato dal padre, glielo consentono. Non ci sono buoni e non ci sono cattivi; non c'è giustizia perché non c'è peccato. E la tragedia è limpida e necessaria. Viene in mente Bergman, e, fa quasi paura dirlo, Kate Winslet vale senz'altro Liv Ulmann. Magnifico.
Visto da Lei - Il parere della Tengi
Prendete una domenica sera tra le tante della vostra vita. Fate conto di essere già un poco in ansia per la settimana lavorativa che sta per cominciare, e che decidete di andare al cinema per svagarvi. Pensate di mettervi seduti e di vedere un filmone recitato bene e che fa riflettere. Pensate di tornare a casa un po' infastiditi, perché quel film ha anticipato di otto ore il vostro rientro al lavoro e al solito tran tran di tutti i giorni, perché parlava di sogni e di speranze, di vie di fuga e di rinunce. Parlava di un impiego schifoso ma di una vita perfetta, parlava di famiglia e dell'amore che si spegne. Parlava, anzi, pretendeva di parlare, della vostra vita. Facciamo che siete venuti via dal cinema un pizzico nervosi. Facciamo che però i dialoghi vi sono piaciuti e il personaggio del matto era spassoso.
E ora poniamo che siete qui, a leggere distrattamente queste poche righe, mentre tentate di districarvi tra mail e documenti da preparare per il capo. Non ci pensate già più, a ieri sera. Era domenica, era un tempo lontanissimo, e voi stessi eravate lontani. La vita è adesso, bella o brutta che sia. E allora, con gran sollievo, facciamo che siamo tutti qui, e che se anche ci siamo spenti, se anche abbiamo dimenticato i nostri sogni, o abbiamo dimenticato di non averli mai inseguiti, non ce ne rendiamo conto. Perché nella vita vera non succede come nei film, non ci sono colpi di scena.
Facciamo che viviamo e basta, e lasciamo stare i falsi miti americani dell'autodeterminazione e dell'essere speciali a tutti i costi, e chi non ci riesce è un perdente.
Facciamo che andiamo a prenderci un caffè con la pace interiore di un lunedì come tanti, aspettando la sera e qualcuno che ci accolga, fiduciosi nelle nostre mosse.
Ma mentre prendiamo l'ascensore non possiamo fare a meno di ripensare al film, e di avvertire quel certo non so che, il pensiero di qualcosa che non avremmo dovuto dimenticare.
Facciamo che veniamo distratti dal cellulare che suona, e che per oggi non ci pensiamo più.