Visto da lui - Il parere di Giorgio
Ci vuole un certo coraggio a raccontare l'amore paterno di un fantoccio reazionario con partecipazione sincera. E non è un coraggio da disprezzare: ricondurre l'umanità, tutta quanta, anche quella ideologicamente sbandata, fuori da stereotipi manichei, è sempre un atteggiamento lodevole. Fatta questa premessa, bisognerà però parlare del film. In un Friuli plumbeo e desolato, tra cave di pietra e collinette fangose, il capitalismo di periferia genera mostri: un cavo non isolato ti trasforma in un minorato mentale, la miseria culturale in un naziskin. In questo contesto si racconta il triangolo d'affetti tra un padre violento (Filippo Timi), il figlio adolescente e il matto di paese (Elio Germano). Disoccupazione, assistenti sociali, ordinaria violenza domestica. E una ragazzina che con la sua sola comparsa fa franare tutti gli equilibri verso la tragedia. Finale semi-consolatorio e un po' ambiguo. Sulla confezione non c'è molto da dire: fotografia fredda e densa, scenografie che sono perfetta estensione delle anime perse del racconto. Altrove, però, è un colabrodo: la sceneggiatura è sbriciolata e scivola (male) nel patetico, la direzione degli attori è suicida (la scena clou nel bosco è una Caporetto), la recitazione amatoriale (Timi è disperante). E a chi ha letto il libro piacerà ancora meno (la Tengi lo spiega con dovizia di dettagli). Occasione sprecata.
Visto da lei - Il parere di Tengi
È difficile che riesca a farmi piacere un film, dopo aver letto il libro da cui è tratto. Questo perché tendo ingenuamente a sperare che il film sottolinei esattamente i passaggi che ho gradito di più, che presenti i personaggi come li ho immaginati io, che svolga la trama esattamente come la ricordo. È una vana speranza, ne sono consapevole. E in questo caso, delusa più e più volte. Dalla sceneggiatura infatti è stato completamente eliminato uno dei personaggi principali, nonché lo spunto iniziale - la rapina al bancomat progettata dai tre amici. Tutta la trama, i personaggi, sono ridotti a poche istantanee funzionali alla storia e alla volontà di portare in primo piano il personaggio del matto, Quattroformaggi, ricercata prova d’attore per Elio Germano il quale, sì, scopiazzando qua e là, fa il matto. Fa lo scemo del villaggio, parlando con la lingua molle e riempiendo l’inquadratura di uno sguardo vivo, quasi volesse prendere distanza dalla demenza che interpreta, la quale invece era - vera e quasi fastidiosa - nel libro. Così come era odiosa e ingiustificabile la stupida sottocultura del personaggio del padre, che invece nel film diventa un bonaccione un po’ zuccone ma in fondo tenerone.
Nel finale compaiono frasi che nel libro non ci sono, sempre a giustificare la geniale idiozia del solito scemo che scemo non è - e chissenefrega. E poi c'è una pistola, che gira per ogni inquadratura senza motivo, manco fossimo in America. Premio speciale all’attore ragazzino, e un consiglio: visita foniatrica urgente per Filippo Timi.