Visto da lui - Giorgio
Il musical moderno può essere diviso in due filoni.
Quello con musiche originali, che è in pratica un evoluzione del concetto d'Opera classica (non a caso lo si definisce spesso "Opera Rock"), in cui la storia, le musiche e le parole nascono assieme.
E quello con musiche non originali, in cui la storia è conseguenza dei testi e delle melodie scelte.
Questo secondo tipo di musical piace anche, ed anzi direi soprattutto, a quelli cui il primo tipo non piace. Due esempi recenti, e celebri, sono Moulin Rouge (con pezzi che spaziavano da Elton John a Madonna) e Across the universe (tutto sui Beatles). La ragione è semplice: più che opere moderne, questi film sono accostabili al concetto di video musicale, o, meglio, di album filmato.
"Siamo così sentimentali a causa della musica pop, o il pop ci piace perchè siamo dei sentimentali?". Il chiasmo è di Nick Hornby, Alta fedeltà. Buona domanda. Mamma mia!, a dirla tutta, non risolve il dubbio, ma di certo rinnova piacevolmente la questione. La grande musica leggera, quella che fa la (nostra) storia, ha un doppio potere: ci riporta al tempo in cui l'abbiamo amata per la prima volta, e al contempo suscita ricordi per libera associazione emotiva. In questo senso Mamma Mia! è senz'altro un film generazionale, che racconterà moltissimo a chi ha l'eta giusta, e meno agli altri. Meno, ma non nulla. Perchè Meryl Streep è tanto grande che chiunque abbia il cuore crepato da antico dolore, giovane o vecchio che sia, non potrà evitare una lacrima sentendola cantare (recitare) a Pierce Brosnam "I don't wanna talk, cause it makes me feel so sad..." (The winner takes it all).
Mamma Mia! parla a tutti e unisce le persone di fronte a esperienze comuni, raccontate con classica semplicità da attori straordinari: di più non avremmo chiesto.
Visto da lei - Tengi
Io da parte mia, al terzo minuto di film, ho bellamente deciso di fregarmene se negli anni in cui gli ABBA spopolavano io non ero ancora nata, e non me ne sono pentita. L’ho deciso perché sono una nostalgica di natura, anche verso le atmosfere che non posso dire di aver vissuto. L’ho deciso perché alla fine, lo ammetto, avevo voglia di commuovermi un pochino. E l’ho deciso perché le canzoni sono belle, porca miseria. E le sapevo tutte (evvai).
E così ho ascoltato e ho viaggiato, e non ho visto nient’altro. Non ho fatto caso al fatto che sullo schermo passasse una storia sempliciotta e prevedibile, né alla banalità delle coreografie con pinne e sculettamenti, né a una morale piatta come una tavola da surf, né all’arrivo degli dei (che fa tanto Garinei e Giovannini, ma senza Dorelli).
Per quanto riguarda regia e fotografia, beh, non sono un’esperta, ma nelle scene girate di giorno mi sembrava di stare a Gardaland, con le casette di cartapesta e i cactus di polistirolo. Nelle scene girate di notte però, mi sembrava di avere 17 anni e di stare al mare col tipo che mi piaceva, e mi pare che non sia poco.
E ora che sono qui nella mia casetta lavare i piatti (Washing Queen!), con la musica degli ABBA che suona da YouTube, sogno di presentarmi in discoteca a ballare fasciata di pantaloni a zampa e ornata di nappine dorate, a cercare un ometto che mi faccia compagnia da mezzanotte sino all’alba. Oppure - ancora meglio - correre fino in cima alla collinetta di San Siro, sulle spalle uno scialle rosso, a struggermi per il mio amore che mi ha rubato tutto. E quando lui arriva, tremante e degna gridargli “the winner takes it all”, con lo scialle che svolazza e i capelli sparsi al vento, le mani tese a rubargli l’anima, come Meryl nella scena sulla scogliera. Io, come lei, di-vi-na.