Zohan è la storia di un militare israeliano che stufo del conflitto con i palestinesi si finge morto per trasferirsi a New York e inseguire il suo sogno: quello di diventare un parrucchiere…
Visto da lei - Il parere di Tengi
E’ imbarazzante: non so da che parte iniziare. Prima di tutto vorrei chiedere scusa alla persona cui ho chiesto di accompagnarmi al cinema: perdonami, non sapevo quello che facevo.
Prima di entrare in sala ero così felice di essere scampata agli orribili American Pie con quell’orribile Adam Sandler (ehm, Adam Sandler non compare in nessuno dei film della serie American Pie... n.d.GV) e invece, eccolo lì, lui e la sua inutile, demenziale paccottiglia (con pacco). Ahinoi. Se vi pare questo il modo di farmi passare una domenica sera, uccidetemi.
A ben pensarci, se al posto di Adam Sandler, ci fosse stato Ben Stiller forse a quest’ora sarei meno incazzata. Ma anche no.
Che poi il film parte già malissimo: doppiato a lingua molle e “h” aspirata, non si capisce nulla. Al che uno si domanda «sarà tutto così»? Risposta: «sì, è tutto così». E per due ore. 120 minuti di siparietti inutili come se piovesse, allusioni sessuali a mazzi, John Turturro con gli occhiali da sole per non farsi riconoscere, Mariah Carey in versione super marchetta, Adam-Sandler-pacco-in-mostra, stupido, beota, trash (però ci crede, e solo per questo tanto di cappello: dopodiché qualcuno lo uccida).
Ad essere sincera sì, qualche risata isterica me la sono fatta, ma solo perché presa per sfinimento (per esempio - mi vergogno come una ladra - quando si palleggiano il gatto come fosse un pallone da calcio). Vabbé, ve l'ho detto... Tenetevi i vostri soldi in tasca. O se volete andare, io non ne voglio sapere nulla. Prossima volta sto a casa a tagliarmi le pellicine.
Visto da lui - Il parere di Giorgio
Allora, cerchiamo di fare chiarezza.
Esistono vari modi di fare la commedia oggi in America.
Quella di impianto classico, per lo più a tematica matrimoniale (Un’amore di testimone); quella favolistica disneyana (Come d’incanto); quella etnica (Il mio grasso, grosso matrimonio greco); quella demenziale.
In quest’ultimo ambito la fa oggi da padrone il cosiddetto frat pack, ovvero una squadra d’attori proveniente dal Saturday Night Live, capitanata da Ben Stiller e Will Ferrell, a cui dobbiamo perle come Zoolander o Anchorman. Da una costola del frat pack, e in particolare dal regista e produttore Judd Apatow, si è generata nel frattempo una seconda formazione di attori e sceneggiatori, che batte territori analoghi (umorismo politicamente scorretto, straripanti allusioni sessuali, personaggi dementi ma con un fondo di genialità). Tra questi Seth Rogen, giovane prodigio del neo-demenziale americano, considerato in patria una sorta di Re Mida (tra i suoi film Suxbad, Molto incinta e, tra poco, Strafumati - ma ci sarebbero moltissimi altri titoli esilaranti pochissimo conosciuti in Italia).
Ecco, Zohan nasce dall’incontro tra la Judd Apatow factory (qui Apatow co-sceneggia) e l’accoppiata Sandler-Schneider (quest’ultimo nel film è il palestinese a cui rubano la capra), nota per praticare un cinema demenziale persino più estremo (da Little Nicky ad Animal).
Siamo alle soglie (e pure oltre) del cartone animato, e infatti i referenti più ovvi per questo tipo di cinema sono i cartoon per adulti di ultima generazione (South Park su tutti).
In questo quadro di riferimento Zohan si toglie lo sfizio di fare dell’umorismo a dir poco greve (si arriva alla gerontofilia, per dire il meno) su un terreno politico considerato solitamente intoccabile, quello del conflitto arabo-israeliano. E dicendo al contempo cose non proprio sceme su limiti e pregi della società capitalistica americana. Non mi sembra pochissimo e nemmeno poco. Si può non apprezzare il mezzo usato - per sensibilità personale o scarsa abitudine al linguaggio in questione - ma non si dovrebbe evitare di valutare gli intenti. Anche perché oggi il maggior senso morale in America (e non solo) lo si trova proprio tra gli alfieri del demenziale (Trey Parker e Matt Stone su tutti).