Questa, lo ammetto, è una caduta di stile. Io e la Tengi siamo probabilmente gli unici due esseri umani sul ridente pianeta Terra a non aver letto Il cacciatore di aquiloni. Come vedete questo non ci ha impedito di recensire il film. Siamo senza vergogna. In compenso abbiamo il tartaro.
Visto da Lei
Una tranquilla domenica di sole in una provincia italiana. In sala ci sono parecchie signore di mezza età. Eleganti trench, collane di perle, messa in piega fresca. Seduta di fianco a me, la mia mamma. Io il libro non l’ho letto. La mia mamma sì. Lei ne legge un sacco, le piacciono soprattutto quelli che raccontano di terre lontane. Ci sediamo e seguiamo il film in silenzio. Al termine, lei osserva che il film è fedele al libro, per quanto quest’ultimo sia molto più ricco nella descrizione di alcuni momenti, come la fuga dall’Afghanistan. Mi dice che è le piaciuto vedere quei paesaggi per come sono davvero. Mi dice che l’ha colpita molto la scena della lapidazione della coppia di adulteri. Mentre mi avvio con lei verso l’uscita penso che quella che ho visto è la storia di una famiglia. E mi domando che cosa pensano davvero queste signore che leggono i libri di Hosseini. Che cosa amano di queste storie. I paesaggi, i personaggi, i sentimenti forse. Che cosa le colpisce e perché. Se non vorrebbero in cuor loro vivere altrove. O conoscere persone diverse. Se apprezzano ciò che hanno. Per cosa sentono che valga la pena di lottare. Che cosa si aspettano da noi, i loro figli. Se talvolta si vergognano di noi. Che cosa pensano di averci lasciato in eredità. E in cosa pensano di aver sbagliato. E poi penso a noi. Qual è il nostro merito ai loro occhi. Quanti aquiloni abbiamo cacciato per loro. E dove sono le nostre radici familiari. In quale parte di noi affondano. Le riconosceremo, un giorno, tra molti anni?
Usciamo quindi al sole, ciascuna formulando tra sé e sé la propria risposta.
Visto da Lui
La Tengi è davvero una sentimentale. Non so se commuovermi o ruttare.
Eccoci qua, mi presento: sono il bastian contrario.
Il cacciatore di aquiloni è un brutto film. E’ un'elementare, vuota spettacolarizzazione all’americana di un fenomeno letterario popolare. E non parlo di tagli rispetto al libro d’origine - chissenefrega - parlo di un Afghanistan da sussidiario, senza vita e senza cuore, piegato a sostegno di un messaggino facile facile, da Bignami del moralismo da bar. Parlo di una scena di lapidazione senza nerbo o vero orrore (dovrebbe venir voglia di coprirsi gli occhi, e invece la patina hollywoodiana del prodotto rende tutto blando, inerte, comunque sopportabile), o di un Cattivo bidimensionale e sciocco, di greve inadeguatezza e volgare banalità. Di un assurdo cotè action nel prefinale, quando quasi ci si aspetta che spunti il cappello di Indiana Jones a salvare capra e cavoli. Di una ricerca sfacciata dell’indignazione su questioni delicatissime che a mala pena reportage e documentari riescono a restituire. E al contempo della programmatica reticenza ad affondare il coltello nelle piaghe.
Il cacciatore di aquiloni resta un prodotto popolare che parla di snodi storici e politici molto importanti, e questo è un bene. Ma lo fa con un manicheismo di fondo che spiace. Riguardiamoci quel gioiello di onestà, umorismo e rigore morale di Persepolis - che in fondo parla delle stesse cose - e poi riparliamone.