Questa settimana si parla di Tim Burton e del suo musical horror Sweeney Todd. Anche se, fossi un giornalista come si deve, oggi vi parlerei degli Oscar assegnati stanotte (che hanno giustamente premiato due bellissimi film come Non è un paese per vecchi e Il petroliere). Accontentatevi del box qui a lato e abbiate pazienza...
Visto da Lei
Da quando all’età di sette anni mi sono sorbita per intero Sette spose per sette fratelli, soffro di una forma cronica di diffidenza verso il musical. Temo come la peste l’arrivo di quel momento in cui l’attore - un nerboruto omaccione - interrompe quello che sta facendo - tipo spaccare grossi ciocchi di legno - allarga le braccia, sgrana gli occhi e attacca a cantare rivolto al cielo. Zompettando qua e là, posseduto dal fantasma di Shirley Temple.
Grazie al cielo in Sweeney Todd tutto questo non accade. Di fatto, non ci si accorge nemmeno che sia un musical. Le canzoni sono interpretate con naturalezza, durano il giusto, e si imprimono nella testa grazie ai volti dei protagonisti. Sarà questo, o magari il contesto macabro, e per questo inaspettatamente “gustoso”, che fa la differenza (voglio sperare che nessuno di voi sia uscito dalla sala mormorando “dio che schifo”: siamo adulti, che diamine). Le scene splatter sono meravigliose: sangue che sprizza ovunque, blocchi di carne da tritare (altro che ciocchi di legna) e dita mozzate. La sporcizia, la puzza, la monnezza. Si guarda con il masochistico piacere di coprirsi il viso con la mano, per poi sbirciare attraverso le dita. Un film che è un superbo giocattolone per adulti (e chi si è divertito di più è il regista, e si vede). Come perfetti bambini cattivi, si gioca con la fantasia dei costumi (bellissimi), ci si sporca le mani, e si pasticcia persino con il cibo! Per poi abbandonarsi a vendetta, ad amoralità e a un finale da tragedia shakesperiana (Ah, il fatale errore! Me misero!). Ci si alza dalla poltrona un po’ più cattivi e inferociti del solito. Purtroppo solo per finta.
Visto da Lui
Non fa per me. Tim Burton non fa per me. Ma riesco comunque a distinguere tra quel che funziona e quel che non funziona.
La fabbrica di cioccolato funzionava, Sweenet Todd no.
Andiamo con ordine. Il cinema di Tim Burton è cinema popolare, senza alcuna volontà di dare al termine accezioni di sorta. È cinema popolare perchè non richiede allo spettatore alcuna elaborazione dei suoi contenuti per essere fruito. E anche quando questo in una certa misura accade (Ed Wood, Big Fish) il peso delle immagini (costumi, trucco, scenografie) resta sproporzionato al peso dei concetti. La metafora più calzante è quella di un enorme teatro di burattini. Burton insegue il sogno, ma lo insegue con l'atteggiamento di un bambino: con entusiasmo e "golosità", ma senza rigore. In questo senso Sweeney Todd è un'epifania, giocattolo d'autore in cui ci si toglie lo sfizio di esasperare i toni del gotico fino a gorgoglii horror (ma, tanto per nascondere la mano - attività in cui Burton è maestro - il sangue ha il colore dello sciroppo...), mentre non ci si cura affatto della storia e dei personaggi. La cui eziologia (ricerca delle cause, dei motivi che li muovono) è confinata a fugaci e superficiali flashback, quando invece si perde tempo e interesse dietro a parentesi musicali che restano inerti per mancanza di uno studio appropriato (portare un grande musical teatrale al cinema non garantisce il successo, se di mezzo non avviene una opportuna rielaborazione narrativa che supporti il trasferimento mediatico). Emblematici i due ragazzini, la cui storia d'amore è talmente superficiale e priva di ragioni (l'assenza di "ragioni" è praticamente il leit motiv del film) da apparire corpo estraneo alla vicenda. Sembra tutto un grosso scherzo. Solo che non fa ridere, nè piangere, nè altro.