Questa settimana abbiamo visto per voi, amati lettori, il principale favorito agli Oscar 2008. Film impegnativo ma che ha impressionato parecchio sia me che la Tengi (qualcuno chiede se siamo fidanzati: ebbene, non lo saprete mai - non ora per lo meno). Eccovi adeguato resoconto.
Visto da Lei
Lo sapevo che non sarei rimasta delusa. Dall’attore e dal ruolo che interpreta. Mi piacerebbe parlare solo di questo.
La figura del “petroliere”, da irreprensibile padre di famiglia e lavoratore chiuso in un cocciuto mutismo (mai visto un paio di baffi più azzeccati per un personaggio!) acquista via via l’animalità ferina di un lupo solitario prigioniero della sua casa da sogno. Il corpo dell’attore assorbe la vicenda del personaggio: subisce le umiliazioni e le interferenze, cicatrizza le ferite dell’animo, respira la polvere e si sporca il viso di petrolio. I suoi gesti, i suoi sguardi, ci svelano a poco a poco tutti gli elementi di una personalità terribile e compressa, che dapprima scorre placida sottoterra, per poi affiorare a tratti in piccole bolle di odio, sino a sprizzare nella follia rancorosa della scena finale: che è puro teatro. Libera espressività e perfetto gioco di contrappunto in un delirio di pazzia luciferina. Daniel Day Lewis diventa una specie di Misantropo gobbo, un Rigoletto che gode della vendetta così a lungo attesa, quasi fosse l’unica ragione di vita. E di più: la trasformazione vive anche nelle parole, nella dizione che da scarna si fa aggressiva, sopra le righe, demoniaca (e grazie al cielo il doppiatore è all’altezza del ruolo: nessun eccesso, nessun trucchetto da pubblicità).
Infine, spettacolare l’interpretazione dell’untuosissimo sacerdote: un viso da sberle che vale il prezzo del biglietto solo per l’antipatia e il laidume che comunica. E per la sensazione finale di sprofondare con lui nell’eterna perdizione e capire che non c’è più salvezza per nessuno.
Visto da Lui
Sia chiaro che ne sono ben conscio: Il petroliere (in originale There will be blood, "scorrerà il sangue", come scorre il petrolio: e scorrerà...) è un film lungo e faticoso. Ha una storia semplice e diritta, che può sembrare inessenziale, e invece ha il peso di una parabola biblica. C'è il Padre, che trova il suo oro (nero) e su di esso erige il Regno. Lo erige per tramite della menzogna (che sgorga dalla roccia come un rivolo sottile, ma poi diventa torrente e fiume impetuoso, e se ne perde il controllo) e del raggiro. Lo bagna col sangue del Fratello. Lo insozza ripudiando l'amato Figlio (amato eccome, un tempo: c'è anche un flashback a ricordarlo). Infine, brucia le ali che ne hanno permesso la grandezza e nella sua villa vuota e desolata, nella sua gigantesca caverna, sterile e bianca come una sala operatoria (dove risuona l'eco di Mastro Kubrick: il riflesso delle sale dell'Overlook Hotel e la dimora ai confini dello spazio di Dave Bowman), compie la metamorfosi e si fa demone: gobbo, zoppo e sbavante (e qui Anderson gli chiude l'inquadratura addosso alterandone le dimensioni, con trovata di genio assoluto). Per divorare, davvero e fuor di metafora, divorare e ingoiare l'esile figura di un predicatore senza fede, profeta falso e miserabile, alla schiavitù del soldo (perchè il vile insegue il soldo, il malvagio il potere). Una mattanza epica, che fa briciole in 135 minuti di tutto il potere capitalistico, religioso e patriarcale (sociale e familiare) che la Storia contenga. Bestiale. Un film gigantesco, persino fuori scala, che sembra provenire da un altro tempo e da un altro mondo.