Terza puntata delle guerre critiche tra me e
Tengi. Questa settimana ci siamo dedicati al fenomeno
Cloverfield. Proprio non ci riesce di litigare. Non abbastanza. Che posso dire? Mah...
Visto da LEI
Una telecamera rinvenuta in una New York del futuro documenta ai posteri i momenti salienti della tragedia apocalittica che distrusse la città. Il tutto ha inizio con un party, in cui il solito buontempone gigioneggia tra gli invitati (riprese insolitamente divertenti per una festa), per poi proseguire tra le strade di Manhattan. Dopo venti minuti la tentazione è di capire dove si vada a parare. Purtroppo non si andrà a parare da nessuna parte. Tutto il film è un'abilissima simulazione di una "soggettiva" da filmino casalingo che dettaglia una vicenda insolita e terrificante. Ammesso che vi basti, così va vissuto: godendo del provare la sensazione più brutta. Capire che si è in trappola senza sapere perché, tendendo ogni istante l'orecchio agli echi lontani del mostro. Possibilmente, se vi riesce, sorvolando sui momenti di
fastidiosissima ironia yankee, su dialoghi inutili e banali, sulla
ragazza armata di tacco dieci che scala palazzi in rovina (visione vertiginosa più di tutto il resto), e su quell'altra che, con un buco nel petto che la passa da parte a parte, galoppa a piedi nudi veloce come il vento. Assolutamente vietato chiedersi come faccia la telecamera a non rompersi mai. Le batterie, in ogni caso, sono eterne.
Momento memorabile di sbigottimento, ma anche di fascinazione, l'incontro tra il cameraman e il lucertolone.
Si esce dal cinema con le gambe pesanti, frutto di una prolungata "tensione da attesa", frustrati da una fine annunciata che non "sfoga" e lascia un po' così, sospesi a contemplare, tra le macerie, un film che seppur girato con ammirevole perizia resta confinato nel
genere.
Visto da LUI
Vorrei dissentire, stavolta, con una certa enfasi. Il film è senz'altro cosa da maschietti. Vorrei dire che a slegare il fanciullo amante delle montagne russe e dei tunnel spaventevoli, il godimento ne guadagna. Vorrei dire che
JJ Abrams, padre dell'amato
Lost, ha dimostrato ancora di essere un genio della comunicazione, con una campagna di
marketing virale (
You Tube, siti fantasma, false indiscrezioni, un
teaser "semi-clandestino" che ha imperversato sul WEB) che impazza da 9 mesi e i dovuti frutti li ha dati (costato 30 milioni di dollari, in Usa il film
ne ha guadagnati 42 in appena due giorni). Vorrei dire che,
se si sta al gioco (l'assunto di base, un uomo che riprende pervicacemente l'"Apocalisse", non sta proprio in piedi), non ci si può lamentare.
Ecco, sono tutte cose che in effetti potrei dire.
Però, vedete,
The Blair Witch Project è del 1999. Costò 60 mila dollari (cioè
un trecentesimo di
Cloverfield). Usava anch'esso il look finto amatoriale e il marketing virale per far credere si trattasse di un fatto realmente accaduto. Era povero ma onesto. Era l'invenzione di ingegno di due perfetti sconosciuti. Funzionava a meraviglia, senza bisogno di effetti speciali. Ma soprattutto, senza bisogno di
una trama stereotipata da kolossal (il bello coraggioso - leggi deficiente - che scala il grattacielo in pezzi per salvare l'amata ferita), che è qui la vera cartina di tornasole del sapore fastidiosamente posticcio dell'operazione: altro che
reality.
Occhio invece che sta per uscire
[REC]. Il concetto è lo stesso: una troupe televisiva si trova intrappolata in un palazzo infestato da un virus che trasforma la gente in zombie e continua a riprendere.
Lì però ci si spaventa davvero.