A volte tener fede alle proprie intenzioni non è proprio possibile. E forse è meglio così.
Visto da lei, visto da lui nasce con l'intento di confrontare le opinioni dei due sessi (miseramente rappresentati da me e dal blog-mito
Tengi) su film di particolare interesse e stimolo, a cadenza settimanale. È chiaro che la rubrica si gioverebbe di qualche divertito battibecco. Dopo
American Gangster, però, la scelta è caduta su
Into the wild. E il film, sfortunatamente,
è un capolavoro. Rinunciamo quindi al battibecco e tentiamo l'elegia.
Visto da LEI
La storia di un ragazzo di 22 anni che mostra tutto e solo ciò che può essere chiamato
vita. Immagini, parole e musiche che sottendono un umanesimo solido come un roccia e invitano a
l'unica ideologia possibile. Non c'è scampo: la vita è nelle sfide con cui decidiamo di misurarci almeno una volta. E nelle risposte a poche, semplici domande.
Chi sono i nostri genitori? Sono le persone che ci crescono in un silenzio ipocrita e che sembrano vivere "davvero" solo in vecchi filmini, o sono gli sconosciuti che incontriamo lungo il viaggio dei nostri giorni e ai quali confidiamo noi stessi?
Chi sono davvero i nostri nonni? Gli uomini delle fotografie sul caminetto o coloro che ci accompagnano sin dove le gambe lo consentono per poi lasciarci al nostro cammino?
Cos'è la felicità? E da dove proviene l'angoscia di vivere che a volte ci stringe il cuore? Non nasce forse, più che dalla
solitudine - cui sempre si dà la colpa - da tutta la
roba che ci portiamo dietro e che giorno dopo giorno ci rende
figli della prudenza?
Un film che celebra l'uomo e la vita come dovere verso se stessi.
Usciti dal cinema, si sente il bisogno di dimenticare, bersi una birra, perdersi in una piazza affollata. Ma non basta: tornati a casa, ci si rende conto che il groppo alla gola non è per il fotogramma finale del
Magic Bus, che si fa sacrario di una delle esperienze più incredibili che ci si possa immaginare, ma è puro rammarico. Perché quel ragazzo di 22 anni continuerà per sempre a sorridere da un autoscatto, a dimostrarci chi è davvero
un uomo.
Visto da LUI
La cosa più sensazionale dell'esperienza di
Christopher McCandless non è tanto nella concretezza sfrontata e un po' ebete delle sue azioni, che lo condurranno a un esito triste ma prevedibile. Quanto piuttosto nello spirito d'acciaio, nella volontà assoluta che le muove. Christopher
percepisce (coi nervi, col cervello e con il corpo),
comprende ed elabora (per tramite della sua sensibilità, degli autori che lo accompagnano - Thoreau, London, Tolstoj - delle sue esperienze personali), quindi
agisce. Lo fa da solo, con l'(in)esperienza circoscritta dai suoi vent'anni e dalle sue letture, con la passione di un vero rivoluzionario (e la sua è
la rivoluzione, l'unica possibile, al di fuori di ogni cornice ideologica) e mettendo la propria pelle in gioco (anche se lui stesso se ne accorgerà solo all'ultimo). Non chiama eserciti a supporto, neppure l'amore della devotissima sorella. Pretende la solitudine. Affonda nella natura e in sé stesso.
Fino a capire due cose, che, in ultimo, verga a mano sul suo diario: "chiama sempre le cose con il loro nome"; e ricorda che "la felicità è reale solo quando è condivisa" (
happiness' real only when shared).
Christopher agisce, secondo istinto e sensi.
Rifiuta un mondo governato solo dalla ragione. E muore
di (e non
per, non esiste qui una causa che si voglia imporre a chicchessia, nemmeno a se stessi) quello in cui crede.
Straziante e bellissimo. Non perdetelo per nulla al mondo.