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Continua il rinnovamento dell'area cinema di mentelocale.it, con un'altra rubrica nuova di zecca: Visto da Lui / Visto da Lei, ovvero le divergenze di gusto tra maschietti e femminucce focalizzate nel microcosmo della sala cinematografica. Ogni settimana un film finirà sotto la lente bifocale dello sguardo mio e di quello di Tengi, blogger milanese titolare di uno dei diari online più spiritosi del web (provare per credere: qui a lato link e maggiori dettagli). E, come potrete verificare, critica salace.
Nei limiti del possibile, cercheremo di litigare, che mediaticamente funziona sempre. Se ogni tanto non ce la faremo, abbiate pazienza.
Io comunque la odio, e lei pure, quindi rassicuratevi.
Si comincia con American Gangster di Ridley Scott.
Per dovere d'ospitalità (in realtà perché replicare è sempre più comodo), lascerò i primi vagiti critici alla signorina, apprestandomi a ribattere.
Visto da LEI
Un gangster nero dedito alla famiglia che - oltre all'importanza dei sottobicchieri! - ha capito che il segreto di un commercio redditizio è eliminare gli intermediari, e la sua corsa verso il sogno americano. Il suo alter ego in divisa: un poliziotto donnaiolo - e un po' sovrappeso - emarginato dai colleghi per la sua integrità morale. Un cast di attori superbi, e un ritmo che regge due ore e mezza grazie a continui cambi scena. Infine, una fichissima ambientazione seventies: baffoni spioventi, capelli crespi, abiti assurdi, e ovviamente sesso ad ogni angolo di night.
Può la vita essere così bizzarra da imitare l'arte? Direi di si. La vita è quella, vera e incredibile, di Frank Lucas, e l'arte è quella di tanti film sulla storia del crimine. Per questo, in sala ho avuto spesso la sensazione di viaggiare su binari già percorsi. Se ci penso meglio, non manca nulla: il doppio bene/male, gioventù nuda e schiavizzata, cori gospel laddove erano arie d'opera, raccapriccianti percosse a suon di pianoforte laddove erano massacri con mazze da baseball, mogli mute, madri ciarliere, e perle di saggezza sulla vita. Sono i rassicuranti binari che rendono un film classico ma anche, mi vien quasi da dire, 'di maniera'.
Del resto nessun filone è inesauribile, e Frank Lucas è di certo candidato ad essere l'ultimo dei grandi 'padrini'.
In eredità, ci lascia la certezza che il successo porta sempre nemici, e che quando la riservatezza lascia posto alla vanità e un uomo accetta di vestirsi con un orribile cappotto di cincillà solo per far contenta la moglie, è l'inizio della fine.
Visto da LUI
È che ormai diamo tutto per scontato. Recitazione millimetrata, scenografie certosine, fotografia che ti entra nelle ossa. L'epica dei gangster l'hanno già fatta i Coppola, i De Palma e, naturalmente, gli Scorsese. E meglio non si poteva, certo. Ma che vuol dire? Ridley Scott gira il suo thriller mafioso senza italiani, come aveva fatto Scorsese con The departed (lì erano irlandesi), e gli fa mangiare la polvere. Lo stereotipo qui non diventa macchietta, Washington ha una misura che Nicholson ormai si sogna e Crowe è dieci volte l'uomo che Di Caprio potrà mai diventare. Per di più Scott non rincorre i malcostumi del tempo, e sceglie di star dietro a una scrittura lenta e avvolgente mimandone i ritmi: parte piano, inquadra i suoi personaggi con cautela e attenzione, racconta una storia (e tutte le sottotrame di cui si compone) senza scorciatoie (ma senza neppure didascalismi), traccia due percorsi convergenti attraverso una costellazione di dettagli, tutti puntuali. E quando alla fine, ben oltre i tre quarti di film, Ritchie Roberts e Frank Lucas incrociano gli sguardi, quasi manca il fiato.
Si può chiamarla maniera; io lo chiamo 'neoclassicismo'. Lo stesso di Cronenberg quando gira La promessa dell'assassino, dei Coen che scelgono McCarthy e il suo Non è un paese per vecchi o di Andrew Dominik che gira un Jasse James crepuscolare da infarto e che invece nessuno in sala s'è filato (mistero e sgomento). Il meglio che questa fortunatissima stagione di cinema ci sta offrendo.
PS: Tengi, crepa.
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