C'era una volta, a Taggia, una cantina! Un antro poco illuminato e odoroso di muffa che veniva usato per lavorarci: ci
facevano delle ceste, per l'esattezza.
Menegò Buccalarga ci tenne bottega per decenni senza però trascurare, occasionalmente, di farci anche bisboccia con
gli amici. Quando smise, verso la fine degli anni 70, ormai vecchio e vedovo, per la sua minestrina serale ed un pò di
compagnia prese a frequentare il
bar Castelin. A proposito di bar, nello stesso periodo, sulla costa a tre chilometri
di distanza, imperversava il
Tre Alberi! Locale sul mare, spiaggia, terrazza con tavolini ed Abdu, un gran brav'uomo
ed un barman impareggiabile.
Cosa c'entra il Tre Alberi con la cantina? Calma, ci arrivo! Il bar, allora, lo gestiva Cecco Mazza, figura storica del
panorama libertario sanremese, ed il locale era prevalentemente frequentato dal popolo del Movimento della città dei fiori e
in generale, di tutta la provincia.
Un periodo quello, contrassegnato dall'entusiasmo, dalla consapevolezza di essere tanti, di essere forti, di avere un'ideale
per cui lottare. Insomma quel bar era diventato un punto alternativo, e a volte controverso, di aggregazione e finì per dare
fastidio a qualcuno.
Ci furono delle perquisizioni, si fecero delle indagini, fu messo sù in qualche modo un caso giudiziario che fu ben presto
ridimensionato, ma con il quale si era voluto lanciare un segnale chiaro e forte. Qualche tempo dopo infatti, Cecco cedette
l'attività. Del resto, l'entusiasmo ormai scemava, l'eroina montava e Craxi era alle porte: quell'attimo era fuggito, quel
gruppo si disciolse e si sperse in mille rivoli di disillusione, di tossicodipendenza o in alternativa, di rampantismo
social-democratico.
Con il ricavato della cessione del bar Cecco comprò una casa a Taggia, la stessa nel cui basso, a suo tempo, Menegò aveva
intrecciato vimini, e ci andò a vivere con la sua famigliola.
Dicevamo di Buccalarga e del bar Castelin dove anche Cecco scendeva per qualche chiacchiera con gli amici e per il gotto del
Dolcetto. Insomma i due si conobbero! Ben presto l'ex cestaio prese a narrargli le virtù della sua cantina, finendo ogni
volta immancabilmente per offrirgliela ad un prezzo vantaggioso. Alla fine Cecco si convinse e l'acquistò. Ma non ci fece
nulla, la lasciò vuota. Per dovere di cronaca dobbiamo ricordare che per un certo periodo di tempo, essa diventò il ricovero
delle pecore di Mario, il pastore sardo. Poi fu la volta del leone!
Un giorno d'inizio estate a metà degli anni '80, incontro sulla passeggiata a mare Maurizio, un balengo di Brindisi, che
teneva al guinzaglio un leoncino.
Domanda scontata:
-Cosa ci fai con un leoncino ad Arma - gli chiedo ironico
- Eh cosa vuoi, bisogna arrangiarsi. Io vado in giro con la belva ed una polaroid, i bambini fanno i capricci perchè vogliono
la foto ed io passo all'incasso dalle mammine. Cinquemilalire per un ricordo del bambino col leoncino e la Fortezza sullo
sfondo - mi risponde senza tentennare.
«Si vabbè ma dove lo tieni un leoncino, sul divano di casa » insisto.
«Ma sai» mi dice «ho chiesto e finchè è piccolo me lo fanno tenere in una cantina a Taggia. Poi in autunno quando la
stagione è finita, lo dò a uno zoo-safari in Piemonte» conclude.
Una notte del novembre dello stesso anno, quando ormai i versi provenienti dalla cantina di Cecco, quelli del gattone, erano
diventati quasi dei ruggiti, i vicini, spaventati e disgustati dal lezzo che ormai perdurava da settimane, protestarono. Il
leone, immobilizzato su un'Ape Piaggio, fu trasportato in una campagna sulle alture prospicienti il convento dei Domenicani e
la cantina rimase di nuovo vuota.
Nel 1990 il Comune lanciò un piano per il recupero del centro storico, concedendo facilitazioni a chi nel centro storico
avesse aperto un locale pubblico. Cecco, che era proprietario di quella cantina inutilizzata e che da tempo accarezzava
l'idea di aprire un bar nei carugi, coinvolse alcuni amici e si decise al grande passo.
All'epoca abitavo in una casa il cui portone d'entrata era dirimpetto a quella cantina.
Da essa, già durante quel lungo inverno, qualcuno aveva portato via qualche trattorata di letame, detriti e rumenta varia.
Poi, all'inizio della primavera 91, a cura del maestro Vito da Orsomarso, iniziarono i lavori di restauro vero e proprio che
si conclusero con i murales di Lella Calvini, bussanella, ispirati al Visconte Dimezzato.
In ultimo venne un fabbro ed incementò al muro esterno un'insegna, una parola in ferro battuto:
Germinal.
Un nome che, d'acchito, rievoca i fatti di Parigi del 1871, il romanzo di Zola, i primi esperimenti socialisti in Europa. Per
restare in Italia, nel 1990, a Carrara, la ditta di costruzioni Caprice, grazie ad inciuci vari, ottiene l'autorizzazione a
ristrutturare il palazzo Politeama, lo storico Germinal sede dell'anarchismo italiano. Al rifiuto di sloggiare dei legittimi
occupanti, la polizia interviene in forze ed alla fine fa sgomberare. Cecco aveva partecipato, nella cittadina apuana, ad una
manifestazione contro la forzata chiusura dello stabile. Quando si trattò di dare il nome al locale di via Gastaldi, si
ricordò di quel palazzo carrarese e trasfondendone idealmente l'atmosfera e lo spirito che lo avevano caratterizzato, chiamò
con lo stesso nome l'osteria che andava ad aprire i battenti.
Quattordici anni dopo, l'altro giorno, vado a cliccare su Mentelocale e leggo una delle scoppiettanti cronache ponentine di
Choukadarian: quella su
Giorgio Conte al Germinal. Una tradizione consolidata quella della musica dal vivo nel locale
taggiasco: parola di ex dirimpettaio! Leggo con un sorriso ed un pizzico di nostalgia della performance dello chansonnier
astigiano, del tocco di femminilità impresso al locale da Roberta ed Enrica che ora lo gestiscono e dei cervellotici ma
squisiti exploit dello Squalo dietro ai fornelli, e penso che dopotutto quella del fondo di via Gastaldi è una storia da
raccontare.
Dalle ceste di Menegò Buccalarga alle strofe di Giorgio Conte, l'epopea di un seminterrato che fa carriera e diventa prima
un'osteria vissuta ed esuberante, poi nel corso degli anni si trasforma architettonicamente e cambia conduzione, acquisendo
toni più soft ed indirizzo più spiccatamente gastronomico se vogliamo, ma mantenendo intatto lo spirito iniziale ed il suo
ruolo di punto di riferimento per le vecchie e le nuove leve.
E' una piccola saga ormai, il cui ultimo capitolo in ordine di tempo ci propone musica con la M maiuscola, i bocconi di
saggezza elargiti da Danilo Musso e l'affascinante presenza, stando alle eloquenti descrizioni del cronista, delle due
signore che architettano il tutto. Un romanzo la cui trama si sta ancora dipanando e di cui, quando capita, leggiamo molto
volentieri una pagina direttamente in loco.
Danilo SidariNella foto: L'ingresso del Germinal a Taggia