Genova. Non sarò il più qualificato a dirlo, dato che mi vesto ai
grandi magazzini - o forse sì, appunto per questo - ma la mostra che sta per aprire al Palazzo della Borsa ha tutte le carte in regola per trasformarsi in uno degli eventi dell'anno.
Vestire l'arte. Gli abiti scultura di Roberto Capucci, visitabile dal 1° aprile al 1° maggio nel grande spazio liberty di via XX Settembre 44, è infatti un omaggio ad uno degli stilisti italiani più longevi, più amati e più originali. «Un maestro del Novecento», sintetizza Paolo Odone, presidente della Camera di Commercio, uno che di vestiti invece se ne intende.
Difficilmente vi sarà capitato di vedere abiti come questi: un po' perché non sono indossabili - a meno che non vogliate rinunciare a camminare, respirare e avvicinarvi al prossimo - un po' perché Capucci ha ormai da tempo scelto di abbandonare i luccichii del pianeta moda.
Pezzi come
Oceano,
Diaspro o
Giorgini (nelle foto) sono né più né meno sculture, sculture di stoffa. Esplosioni di colori, forme, materiali che rapiscono l'occhio: anche quello di un jeansaiolo come me.
Ora, non è che Capucci sia impazzito. È che avrebbe potuto tranquillamente fare
il pittore, lo scenografo o l'architetto, solo che alla fine ha fatto lo stilista. «Nel mondo della moda ci è entrato per caso», ricorda Enrico Minio, nipote del
Maestro e presidente della Fondazione Capucci.
Studente dell'Accademia di Belle Arti di Roma, il nostro comincia a disegnare abiti nel 1951. Nel dopoguerra il panorama era completamente diverso da quello di oggi: l'
industria del pullover era di là da venire e i grandi stilisti erano innanzitutto grandi sarti. E Capucci rimarrà fedele all'artigianato nei decenni successivi: quando il
prêt-à-porter irrompe nell'aureo mondo della sartoria, agli inizi degli anni '80, perde il treno per la moda miliardaria. O forse, chi lo sa, sceglie proprio di non salirci.
Lungi dal deprimerlo, l'auto-isolamento fa invece scattare un meccanismo liberatorio: da allora l'
alter ego artistico prende il sopravvento. I vestiti si trasformano sempre di più in opere d'arte, pezzi unici, puri concentrati di fantasia, arte e abilità sartoriale. Fino all'apoteosi del 1995 quando Jean Clair chiama Capucci alla Biennale di Venezia per esporre sculture.
Sculture, non abiti. «Il taglio della mostra vuole illustrare questo passaggio», sottolinea Minio, «dai vestiti indossabili ma utopistici, alle utopie inindossabili».
Nell'allestimento di Giorgio Richetti, responsabile anche delle architetture di Euroflora, troveranno posto oltre ottanta creazioni: dodici
architetture di tessuto realizzate per la Biennale '95 e sessantanove abiti-sculture a scandire gli ultimi vent'anni del
couturier romano. Unico intruso, il
Nove gonne del 1956, giusto per farsi un'idea del tempo che fu.
Tanta ricchezza per gli occhi avrà anche un utilità per il cuore. I proventi andranno infatti all'
ALPIM (Associazione Ligure Per i Minori), che si occupa fra le tante cose di non perdere per strada i "ragazzi difficili": «il 66% degli adolescenti che seguiamo», ricorda Giulio Gavotti, il presidente, «dopo la maggiore età non ha più a che fare con la legge». Davvero un bel successo.