In occasione dell'inaugurazione della mostra Renzo Piano e Building Workshop, sabato 15 maggio, l'architetto genovese ha accolto i suoi ammiratori, tre quarti dei quali costituiti da una folta rappresentanza degli studenti della Facoltà di Architettura cittadina (Erasmus compresi), nientemeno che nell'elegante .
Sostanzialmente, l'incontro non è stato molto dissimile da quello organizzato due anni fa ai Magazzini del Cotone con scopi più seminaristici: una breve rassegna dei lavori più significativi che hanno costellato la quasi quarantennale carriera di Piano, dal Centro Nazionale d'arte e di cultura G.Pompidou a Parigi (1971) alla ricostruzione della Potsdamer Platz di Berlino (1995), passando per l'avvenieristico terminal dell'Aeroporto di Osaka (1994), fino al recente Auditorium di Roma (2003).
Introdotto in scena dalle note surreali di una composizione per ottoni dell'amico Luciano Berio, Piano ha colto l'occasione per sottolineare la somiglianza esistente tra musica ed architettura: entrambe inevitabilmente armoniose ed ispirate alla natura. Il fatto che la conformazione di molte strutture portanti ricordi quella degli scheletri degli animali è una normale conseguenza della comune genesi organica.
In particolare, ha voluto far emergere dalle foto dei suoi progetti la ricerca costante del senso della leggerezza, ispiratagli - fin dai primi elaborati - dal movimento dei carichi sospesi nel porto di Genova. Un pretesto per trasporre ovunque lo spirito della città, puntualizza, mostrando uno scatto realizzato nei pressi del Beaubourg in cui una folla osserva alcuni artisti di strada: senza le sue indicazioni, non avremmo saputo distinguere tra Parigi ed un crocicchio del centro storico genovese.
Entusiasta del suo lavoro, Piano ha definito l'opera architettonica come una continua scoperta, un'avventura, perciò mai lineare, ma continuamente stimolante, anche dal punto di vista sensoriale e percettivo, come ricorda mostrando le strutture "a foglia" e i diaframmi trasparenti del Menil Collection di Houston (1986). Il lavoro di ricerca e di preparazione di un progetto non è che il primo passo, quello più astratto, del processo di elaborazione tecnica: è il cantiere a riservare le maggiori sorprese, costituisce la fase più stimolante, nella quale si entra in diretto contatto con l'ambiente circostante, dando vita ad inevitabili contaminazioni. Anche con implicazioni sociologiche: basti pensare al cantiere in Potsdamer Platz, situato laddove sorgeva il muro che aveva violato l'unità dello spirito di Berlino, e in cui - con un curioso senso del paradosso - hanno lavorato operai e collaborato team di progettisti delle più svariate nazionalità. Oppure, il Centro Culturale in Nuova Caledonia (1993) in cui gli accorgimenti tecnici contemporanei si fondono con la tradizione costruttiva e culturale delle isole del Pacifico, a partire dall'aspetto effimero dei grandi gusci rivestiti di lamelle lignee che lo costituiscono, simili a quelle utilizzate per rivestire le locali capanne.
Dopo un'ora di sobri soliloquii in stile one man show, Piano saluta, compiaciuto dell'attenzione dei presenti e lieto di aver ancora una volta appassionato i cadetti del mestiere più eclettico del mondo.