Al centro all'Olanda c'è un parco naturale, che ospita un museo tanto celebre quanto prestigioso (ottanta Van Gogh sono sufficienti?), dentro al quale c'è un ulteriore parco (però questa volta costellato di sculture), in mezzo al quale sono di recente sbarcati dei genovesi. Che manco a dirlo vi hanno costruito un contenitore per sette installazioni.
I protagonisti di questa matrioska geografico-artistica sono gli A12, il gruppo di architetti genovesi che ama mescolare le carte varcando allegramente il confine fra arte e architettura: il primo maggio il collettivo ha inaugurato una "scultura architettonica", un padiglione all'interno dello Sculpture garden del di Otterlo, uno dei luoghi più celebrati dell'arte contemporanea, scandito da decine di lavori firmati fra gli altri da Rodin, Dubuffet, Richard Serra ed Henry Moore.
Poco distante dal padiglione di Rietvield, venerato da generazioni di studenti di architettura, è sorta infatti LAB, «una struttura che è a sua volta un'opera d'arte», sottolineano dal Kroller-Muller.
LAB è un lab-irinto che ospita le opere di otto artisti, accomunati dall'utilizzo comune delle strutture comunicative urbane come mezzo d'espressione: Lara Almarcegui (Spagna), Heman Chong (Singapore), Minerva Cuevas (Messico), Manfred Pernice (Germania), Tino Sehgal (Danimarca), Simon Starling (Inghilterra) e Nasrin Tabatabai & Babak Afrassiabi (Iran). LAB è nato dalla completa collaborazione fra gli artisti, il curatore ed il gruppo A12. La forma finale è frutto di questo stretto scambio di idee.
Sarà il caso di chiedere lumi ad Andrea Ballestrero, che - come nella Banda dei Cinque, in cui "nessuno comanda e nessuno obbedisce" - parla a nome di tutti.
Come già a Venezia (dove hanno curato l'allestimento del padiglione italiano, ndr), di nuovo un lavoro in cui vi prendete la responsabilità di cucire assieme opere diverse...
«L'atteggiamento ed il processo creativo è stato in effetti lo stesso della Biennale: anche quello era un luogo costituito di pochi elementi e in rapporto con gli alberi. Rispetto a quella, la struttura realizzata per LAB risulta più integrata nel contesto, anche grazie all'uso di un materiale proprio della zona come il legno grezzo, che tra l'altro è risultato essere anche molto economico. Il che non ha guastato». Da dove è nata l'idea di costruire il padiglione come un labirinto?
«Ragionando sul tema della mostra, che si riferisce al labirinto come metafora della città. Dato questo punto di partenza ci spaventava però enfatizzare la carica simbolica del labirinto con una tipica configurazione a meandri: allora abbiamo preferito sviluppare l'idea puntando piuttosto sul senso di disorientamento e sul contrasto tra "interno" ed "esterno". L'idea di creare spazi interconnessi ma non comunicanti ci è stata suggerita da un'installazione di Sancho Silva che avevamo di recente visto nella galleria Pinksummer. Un altro spunto ce l'ha offerto la particolarità del sito». E cioè?
«Lo spazio a nostra disposizione era un prato rettangolare di 75x50 metri circondato da un sentiero: abbiamo trasformato il percorso perimetrale in un corridoio da cui è possibile accedere ai diversi spazi che ospitano le opere dei singoli artisti». Il tutto utilizzando delle palizzate di legno.
«Sì, in questo modo abbiamo generato tre spazi distinti: lo spazio esterno molto aperto con la presenza forte della parete, lo spazio intermedio un po' ossessivo e claustrofobico del corridoio, da cui si possono vedere a malapena le chiome degli alberi, e quello interno con il grande prato. Il corridoio ed il cortile interno non sono comunicanti tra loro, ma accessibili in maniera indipendente dall'esterno. Inoltre la soluzione costruttiva che abbiamo scelto presenta la struttura portante a vista sempre sulle superfici esterne dei muri, sovvertendone l'ordine abituale e creando una notevole complessità spaziale: nessun ambiente risulta del tutto "stabile" e definito, perché ci si rende conto che non potrebbe esistere senza quello che gli è esterno». Le opere dove si trovano?
«Si incontrano lungo il corridoio, sono ospitate in ambienti totalmente bianchi, dominati dalla luce proveniente dal soffitto traslucido e fortemente contrastanti con la matericità e naturalità di tutto il resto. Da lì si riesce ad intuire la presenza di un ulteriore spazio interno». Inaccessibile, come in ogni labirinto che si rispetti.
«Lo puoi raggiungere solo uscendo nuovamente all'esterno, servendoti di una scala a ponte che oltrepassa. È un luogo molto tranquillo, accogliente e silenzioso».