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Cultura
Valéry preferiva Genova
 
Il poeta-filosofo soggiornò in Salita San Francesco. Qui ripudiò tutti gli idoli: la sua unica guida fu l'intelletto. Di Barbara Scapolo
 
   

     
7 maggio 2004
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Valery
«Io preferisco Genova a tutte le città in cui ho abitato. Mi ci sento sperduto e a casa mia - fanciullo e straniero».

Non poteva proprio mancare, durante Genova 2004, un tentativo volto a rispolverare i pensieri e le immagini di Paul Valéry (Sète 1871 - Paris 1945), che mai smise di tessere lodi, creare immagini, evocare le bellezze di Genova. Forse non è a tutti noto il vero e proprio pellegrinaggio che studiosi di tutte le nazionalità compiono nella Superba, diretti alla salita di Salita di San Francesco, nell'angolo che diventa poi la Salita per la Spianata di Castelletto, dove una targa, collocata troppo in alto, ricorda il famoso soggiorno di Valéry. Nel lontano 14 settembre1892, Valéry vi prese infatti abitazione al civico n. 7, presso la famiglia Cabella; fin dalla più tenera età era solito venire a Genova dalla città natale Sète: forte era il legame con l'Italia (il nonno era genovese, la nonna triestina); dare così tanto peso a questi eventi biografici non è un gesto che si possa frettolosamente imputare alla bizzarria di intellettuali stravaganti, "innamorati" del loro Poeta-Filosofo al punto di ripercorrerne le tappe... c'è di più.

«Genova si fa e si rifà, è amante del fare e del costruire», dice Valéry. Quasi che la città gli avesse suggerito qualcosa, Valéry non smise di farsi e rifarsi, per tutta la vita. Al punto che si è quasi imbarazzati nel voler in qualche modo definire (e quindi cristallizzare per sempre in una qualche classificazione) la sua attività intellettuale: poeta, filosofo, accademico di Francia, fine indagatore dei pouvoirs de l'esprit, studioso di estetica, animato e turbato da un'insana curiosità per tutto ciò che concerne l'essere e il conoscere, egli più volte è stato definito come la più pura incarnazione dell'intelletto razionalista del ‘900. Fu allievo diretto e amico di Mallarmé, ma anche di Gide e di Degas; la sua attività fu talmente cospicua e varia, somma marina di tutti i possibili nel campo dello scibile umano, (un tentativo di «autodiscussione infinita», come lui stesso la definisce) che tende a sconvolgere, in un primo abborracciato avvicinamento del suo pensiero. Si pensi che solamente i suoi Quaderni, esercizio di scrittura, vero e proprio laboratorio di un work in progress, contano 29.000 pagine manoscritte (tuttora in corso di pubblicazione).

Valéry e l'amata Gênes, che così spesso ricorre tra le sue pagine: l'evento capitale della sua vita intellettuale è infatti indissolubilmente legato a Genova, alla "notte bianca" vissuta a Genova... questo potentissimo ossimoro ci consente di ricollegarci a quel "di più" di senso insito nell'odierno pellegrinaggio degli studiosi al civico n.7: durante la famosa notte, Valéry giunse al ripudio di qualsiasi idolo tranne quello dell'intelletto, a domare tutti gli istinti, le passioni, in una parola, tutta la propria sensibilità, che, fino a quel momento, lo aveva sopraffatto limitando così il suo potere. «Giunsi a decretare tutti gli Idoli fuori legge. Li immolai tutti a quello che fu ben necessario creare per sottomettervi gli altri, l'Idolo dell'intelletto»... Tutto questo è possibile, ci chiediamo? Ma soprattutto, cosa significa e cosa comporta, come conseguenze?

Lancio una sfida, ma l'arricchisco ancora un po', vi aggiungo uno stralcio di pensieri, emozioni, ed immagini di Valéry su Genova, concepiti DOPO la nuit de Gênes (tratto da Au Hasard et au Crayon, 1925):

«Genova, città di gatti. Angoli neri. Si assiste alla sua perpetua costruzione dal XIII secolo al XX. Città tutta visibile, presente a se stessa; familiare con la sua marina, la sua roccia, la sua ardesia, i suoi mattoni, il suo marmo; in perpetuo lavoro contro la sua montagna. Americana dal tempo di Colombo. Gingilli rosa, piccoli denti chiari, casette abitate. Pendenza di 45°, coni e ombre. Dietro, il monte Fasce, grigio e rosa, colore dell'elefante. Carruggi. Qui, moltitudini di bambini giocano... Si cammina nella vita brulicante di questi profondi sentieri come si entrerebbe in un mare, nel fondo nero di un oceano stranamente popolato. Sensazione da racconti arabi. Odori concentrati, odori ghiacciati, droghe, formaggi, caffè abbrustolito, delizioso cacao finemente bruciato dalla fragranza amara... Passanti rapidi sui marmi tagliati con le forbici. Verso l'alto i vicoli si arrampicano, si ornano di nastri, di mattoni, di ciottoli. Cipressi, minuscole le chiese, frati. Cucina odorosa. Le torte gigantesche, farine di ceci, sardine all'olio, uova dure in pasta, torte di spinaci, fritture. Una cucina antichissima. È una cava d'ardesia, Genova».

Barbara Scapolo
 
 
 
 
 
 
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