Entro negli uffici di Codice in piazza Raibetta. Salgo i piani di quel palazzo di via San Lorenzo, che sbarra la strada e la vista del Porto Antico. Una volta entrati, l'edificio smette di dare quella sensazione di ingombro e assume un sapore tutto particolare. Codice ha trovato casa all'ultimo piano, un ambiente grande e luminoso, con una vista degna del Bigo.
Scatole in giro dappertutto, pochi computer, i muri appena imbiancati. La prima domanda che ho in mente di fare a Maria Perosino, socia di Vittorio Bo nell'impresa che propone idee per la cultura, inevitabilmente, salta. Gliela faccio lo stesso. Quando avete aperto? «Ieri». Al suo fianco Massimo Morasso, genovese purosangue, il responsabile di questa nuova sede. Perché Genova? «Il ci ha fatto innamorare di questa città. È stata una scoperta sorprendente. Abbiamo trovato una Genova nuova, una grande partecipazione. Volevamo capitalizzare quell'esperienza in un gruppo di lavoro, far esplodere le professionalità espresse sul campo». L'impatto non è stato facile. La città è chiusa, segreta. Ma quando vuole sa essere calda. «E poi qui ci sono una serietà e una passione che difficilmente si trovano altrove». Difetti? Niente? «Forse che non racconta neanche a se stessa tutte le qualità che ha. Di fronte a meraviglie come il Museo dell'Antartide, in mezzo al Porto Antico, e la nuova via Garibaldi, non si può rimanere muti».
Codice fa tante cose: programma, organizza e cura eventi culturali come il , cura le linee guida di un museo come il Nuovo Museo Egizio di Torino, cura il progetto di un Centro Internazionale nel Palazzo Te di Mantova, e quello della Città della Parola nella Reggia di Venaria Reale a Torino, è una casa editrice. Qual è il filo conduttore di tutte queste attività? «Sono prodotti culturali intorno ai quali si creano laboratori di intelligenze che sarebbero sprecati su un solo prodotto». La casa editrice punta sulla saggistica. Perché? «Al fatto che sul mercato non ci sono molte opere di alto valore, ma leggibili per un pubblico vasto. Generalmente le pubblicazioni di questo tipo sono o di nicchia, o pamphlet». Che genere pubblicate? «Si va dalla divulgazione scientifica alle scienze sociali». Tra i collaboratori - oltre a Massimo Morasso - ci sono molti nomi di genovesi. C'è Barbara Cella, per anni direttrice della libreria Feltrinelli di Genova, che cura i rapporti con gli editori; c'è Gaia De Pascale, collaboratrice di Einaudi e studiosa di "Analisi e interpretazione dei testi italiani e romanzi". Tra un po' ci sarà anche una Codice Produzione, con la collaborazione di Lorenza Codignola, che ha recentemente diretto la Tosca al Carlo Felice.
C'è differenza tra le sede di Torino e Genova o fate le stesse cose? «Assolutamente le stesse cose. È come se fosse un ufficio solo». Quindi in entrambi gli uffici vi muovete a livello nazionale? «Certamente». Avete delle anticipazioni sul Festival della Scienza? «Porteremo Nyman, con la sua opera/performance Facing Goya, e poi una mostra dalla Spagna su Leonardo e la musica». Speranze e progetti per il futuro? «La speranza è di lavorare e divertirsi tanto. I progetti - qui a Genova - riguardano soprattutto l'analisi dell'offerta culturale, il marketing del turismo». A Massimo Morasso, letterato e scrittore, chiedo il punto di vista di un genovese. «Dalle Colombiadi in poi, Genova è stata protagonista di una trasformazione incredibile. I cambiamenti strutturali, l'attenzione dei media, le manifestazioni di portata nazionale e internazionale, hanno accelerato il passaggio da città industriale in crisi a città di cultura. Il processo non è certo finito: ci vorrà ancora molto tempo per consolidare il lavoro fatto fin'ora».
La cultura sarà la caratteristica principale di Genova in futuro? «Non credo, e non sarebbe necessariamente un fatto positivo. Per essere viva, una città deve mantenere dei centri di attività non solo culturali. Sennò diventa una vetrina per turisti e basta». E dopo il 2004? «Sarà dura, ma le potenzialità ci sono. Oggi Genova è una città viva, c'è un contesto socio-culturale vivace. La gente viene qui da Bologna e Milano perché pensa che ci sia più da fare e da vedere». Per i giovani ci sono buone prospettive? «Io credo di sì. La scommessa da vincere è quella di imparare a comunicare. La fiducia - da questo punto di vista - non manca».