Il cinema è un'invenzione senza futuro. Anche i migliori sbagliano, anche un genio come Louis-Jean Lumière. E la sua profezia infatti, non si è avverata. Il cinema ha un sacco di futuro perché fa sognare e i sogni, non passano mai di moda.
Sembra pensarla così anche Davide Ferrario che nel suo ultimo film, Dopo mezzanotte, racconta una bella storia d'amore, una favola moderna, che ha sullo sfondo una Torino insolita, quasi magica.
È una sorta di mènage à trois tra una ragazza e due ragazzi: Martino, taciturno e timido, che passa la vita nel Museo del Cinema della Mole Antoneliana, chiuso in un mondo tutto suo; l'Angelo, ladro di macchine e bullo, capobranco un po' superficiale. E Amanda che deve scegliere, che non sa e non vuole scegliere.
Un film pieno di poesia e dolcezza, intimista. Una dimostrazione di come in poco tempo e con pochi mezzi, si possa comunque fare una bella cosa, un lavoro che valorizzi la storia, senza bisogno di tanti effetti speciali. Ferrario recupera quello che ritiene essere il vero spirito del cinema (perduto?), raccontare, "fotografare" la vita. Questa è anche l'idea di Martino che passa le notti a guardare film muti e documentari in bianco e nero oppure a riprendere la città con una vecchia telecamera a manovella, una sorta di coperta di Linus.
Una pellicola che lascia poco spazio ai dialoghi, che preferisce lasciar parlare le immagini e una voce narrante bonaria, rassicurante come le parole di un vecchio amico. L'amore per il cinema è il filo conduttore della storia: le citazione sono frequenti, il protagonista cerca di esprimere ciò che prova, quei sentimenti tanto difficili da comunicare, attraverso i fotogrammi.
Tutto si svolge in un'atmosfera ovattata, silenziosa, spesso col favore delle tenebre. Un sogno ad occhi aperti, con finale quasi lieto.
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