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Cultura

Vittorio Bo parla di Genova

 
L'ex manager di Einaudi punta sul capoluogo ligure. Il suo "Codice" ha aperto una sede in San Lorenzo. Quale futuro per la cultura?
 
   

     
29 aprile 2004
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di
Daniele
Miggino
   
Vittorio Bo
Lo raggiungo al telefono mentre è sull'Appennino. La linea va e viene. Poi si stabilizza. Il motivo per cui chiamo Vittorio Bo è che gli voglio chiedere che cosa pensa di Genova oggi, del suo futuro, e che cosa possono aspettarsi i giovani da questa città. Bo ha lavorato per anni al fianco di Giulio Einaudi, come amministratore delegato della casa editrice più famosa d'Italia, ha fondato Il melangolo ed è senza dubbio uno dei maggiori conoscitori dei meccanismi che governano il mondo della cultura. Ora ha deciso di portare Codice - la sua società che progetta e gestisce eventi culturali - anche a Genova.

Che prospettive può dare Genova ai giovani?
«Bella domanda per un ramingo come me. Bisogna impegnarsi a fondo perché i risultati arrivino, ma Genova ha - senza dubbio - grandi possibilità. Oggi esistono tipologie di aggregazione del lavoro diverse da ieri, soprattutto nel campo della cultura. È necessario pensare a strutture stabili che stimolino queste nuove forme di lavoro. Penso all'IIT, ma non solo.»

La scelta di portare Codice a Genova lascia trasparire una certa fiducia...
«Certamente, tanto più che le persone che lavorano nella nuova sede di Genova sono tutti genovesi.»

Il Festival della Scienza come può concretamente aiutare i giovani?
«Ha una funzione di stimolo sotto molti aspetti, soprattutto nella dimensione della curiosità e della conoscenza. Poi ha una forte attrattiva dal punto di vista della didattica, e contribuisce a creare interesse intorno alle nuove figure del lavoro, come gli animatori scientifici. Certo, anche qui, bisogna pensare a strutture stabili che consolidino l'entusiasmo ispirato dall'evento.»

Lei ha detto di recente che Genova "esploderà" durante l'estate. Perché?
«Questa è un'idea che avevo già prima che iniziasse il 2004 con i suoi successi. È una presunzione, un'idea appassionata, e deriva dal fatto che - potenzialmente - l'estate è il periodo in cui si avvicinerà a Genova il maggior numero di persone. Come dire, ci saranno più utenti a portata di mano. E Genova ha in sé alcune armi che possono risultare di grande attrattività. Penso a quello che era il Festival Internazionale del Balletto, allo stesso Carlo Felice. È necessario capire come si possono sfruttare al massimo questi strumenti. In quest'ottica, sarebbe interessante capire quali sono i flussi di persone di passaggio nella città.»

Dopo il 2004 che cosa succederà?
«È chiaro che i successi di quest'anno non sono definitivi di per sé. Perciò, è necessario mettersi subito al lavoro per l'inizio del 2005. Bisogna dare una programmaticità a quello che sta succedendo in questo periodo, bisogna mettere insieme le forze e consolidare il percorso che stiamo facendo, al di là del 2004.»

Che carta in più ha oggi Genova rispetto ad altre città?
«Se prendiamo Milano, per esempio, oggi Genova è molto più dinamica, propone più eventi. È pur vero che in alcuni ambiti - come quello del design, dell'arredamento o della moda - non ci può essere paragone. Tuttavia Genova è stata protagonista di un'ascesa evidente nel campo della cultura. E non si può dire che sia esclusivamente merito della Capitale Europea della Cultura, perché ho visto altre città italiane non sfruttare la stessa occasione come invece sta facendo il capoluogo ligure.»

Nella foto: Vittorio Bo
 
 
 
 
 
 
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