Jurij si deve tagliare i capelli. Ancora più corti, per diventare serial killer. Poco prima del taglio ci incontriamo, nel suo camerino.
Fritz Haarmann ha fatto a pezzi le sue vittime, ne ha venduto la carne al mercato, probabilmente è stato antropofago.
Come lo hai affrontato?
Tutto è incominciato l'anno scorso con la "mise en espace". In quell'occasione ho studiato il testo, l'ho adattato per il teatro, operando dei tagli alla sceneggiatura del film e ne ho curato la regia.
Fritz l'ho avvicinato in quell'occasione e per farlo ho cercato di credergli, credere in quello che dice durante la perizia. Ho provato a capire il suo mondo, le sue lacerazioni, la sua voglia di morire. Il perché di quello che ha fatto nessuno lo sa. Non lo sapeva Shultze, il medico che lo ha osservato da vicino, e non è mio compito scoprirlo.
Ti sei "immedesimato"?
No. Non credo nell'immedesimazione, non dico che non esista, magari per altri funziona, per me no.
E la tua età così lontana da quella del personaggio?
Non è importante che io abbia quindici anni di meno, la mia lettura non è realistica e poi Fritz era una persona molto infantile, aveva sicuramente un ritardo mentale.
Se è così perché Sciaccaluga ha dato il ruolo interpretato nella "mise en espace" da Antonio Zavatteri a Massimo Mesciulam attore con maggiore "maturità generazionale"?
Le differenze anagrafiche non sono importanti per me. Per il resto non saprei cosa dire.
So che nel tuo modo di fare teatro conta "l'attenzione". Cos'è?
Sostituisce la tensione. Io e i miei compagni dell'Unità di Ricerca Teatrale abbiamo imparato cos'è l'attenzione studiando il comportamento dei felini: a partire dai gatti fino ad arrivare ai predatori più evoluti. Il gatto sta immobile per ascoltare. Il suo corpo non è in tensione, altrimenti in caso di pericolo non riuscirebbe a scappare. L'attenzione per tutto ciò che ti circonda è importante, se ti muovi a caso non senti. Immagina una sala con cinquecento persone, in assoluto silenzio: si percepisce ogni movimento, ogni cambiamento.
L'attore non deve sottolineare le emozioni, descriverle, ma deve raggiungere la massima stilizzazione per permettere al pubblico di guardare dove vuole.
E' una recitazione che si avvicina a quella cinematografica?
Nel cinema è la telecamera che ti cerca, tu non fai niente. E' così anche per il teatro che facciamo noi. In scena è necessario "fare" meno possibile. Bisogna dare al pubblico la possibilità di attribuire un significato a quello che sta accadendo autonomamente.
Come riesci ad affiancare alla tua attività di artista indipendente con il gruppo "Unità di Ricerca Teatrale" il lavoro al Teatro Stabile?
Quest'anno lo Stabile cooproduce insieme all'U.R.T. "Schweyk, nella seconda guerra mondiale". E' un grosso passo avanti verso la sperimentazione, necessario per uno Stabile che vuole alimentarsi di nuove energie. Se posso fare una critica costruttiva, però, la regola che il sapere si tramandi dai vecchi ai giovani non la condivido, soprattutto quando non c'è scambio.
Quello che ha fatto e fa grande Peter Brook è la sua curiosità. La presunzione è una forza per i giovani ma nei vecchi è noiosa.
Hai parlato di Peter Brook, quali sono i tuoi modelli e quelli dell'Urt?
Non abbiamo dei veri e propri modelli, cerchiamo di crescere tra di noi. Per imitazione non si raggiunge nulla, è importante lavorare per l'urgenza di farlo. D'altra parte tutti quelli che abbiamo incontrato sono stati nostri maestri.
Ti senti più regista o più attore?
Non saprei, come regista ho iniziato lavorando sui corpi, anche se facevamo Shakespeare. Poi con "Aspettando Godot" e con la "Mandragola" abbiamo incominciato a "stare" sulle parole e ora è venuto il momento della costruzione visiva. Il mio lavoro di regia con gli attori è molto epidermico, è come se recitassi con il loro corpo, come se per esprimermi avessi bisogno anche del corpo degli altri, è divertente. Per esempio Alberto ha un corpo atletico, forte, mi piace pensare di poter agire attraverso la sua fisicità. Forse adesso che ci penso mi piace di più fare il regista.
E il film?
Il film l'abbiamo visto sia io che Sciaccaluga, ma il risultato teatrale è molto distante da quello cinematografico. Prima di tutto nell'adattamento che ho fatto per la "mise en espace" ho ridotto i personaggi a tre. E poi in teatro tutto deve essere detto: con le parole e con i corpi.
Ci lasciamo con la promessa di rivederci in primavera quando "Aspettando Godot" e "Schweyk, nella seconda guerra mondiale" saranno a Genova.
Apro la porta del camerino, davanti a me un rasoio in azione. La parrucchiera sorride, mi rassicura. Guardo Jurij, presto sarà il "mostro". Bye-bye e scappo.
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