Ci siamo: a Palazzo Ducale ha aperto i battenti
l'Età di Rubens. Dimore, committenti e collezionisti genovesi, la tanto attesa mostra-perno del 2004.
Ebbene, parliamo pure di
trionfo e di scommessa vinta.
Toccate pure ferro se volete, ma questa è un'esposizione del tutto degna di una Capitale Europea della Cultura. È zeppa di capolavori, ha tutte le grandi firme che assicurano audience (ma questo lo sapevamo già), è spettacolare, intelligente e moderna (e questa è la bella conferma di oggi): insomma, nasce sotto i migliori auspici per stracciare
il record di Van Dyck e lanciare Genova in orbita. Basti dire che sono già stati venduti
30mila biglietti.
Ma andiamo con ordine, perché di carne al fuoco ce n'è davvero parecchia.
Intanto partiamo da due concetti precisi. NON è una mostra sul barocco (la maggior parte delle opere sono infatti del Cinquecento o caravaggesche) e NON è una mostra su Rubens, bensì sul
collezionismo nell'età di Rubens. Il pittore fiammingo - comunque presente con una decina di opere - è semmai il
fil rouge, il "turista" del Seicento, rapito da tanta bellezza, nei cui panni siamo chiamati a calarci.
L'impostazione generale è di per sé semplice: ripetere la
stanza-prologo della mostra su Van Dyck (ricordate? Quaranta capolavori in quaranta metri quadrati che simulavano un'ideale collezione
d'antan), moltiplicandone l'effetto fino ad ottenere il completo stordimento del visitatore.
Detta così sembra facile. In realtà tutte le stanze del percorso ricostruiscono ognuna
una collezione così come era nella prima metà del Seicento e vi lascio immaginare lo spaventoso lavoro di ricerca di cui tutto ciò è frutto. Complimenti dunque a
Piero Boccardo, l'ideatore della mostra, e ad
Anna Orlando, Clario di Fabio e Farida Simonetti - i co-curatori. E grazie di cuore alla
Fondazione Carige, sponsor unico con ben 2 milioni e 200mila Euro.
In tutto sono state ricostituite una decina di collezioni, ognuna delle quali impostata sul personale gusto del collezionista di riferimento o sui suoi interessi economici. C'erano infatti gli amanti dei fiamminghi (i Balbi, non per nulla con strettissimi legami d'affari con Anversa), dei caravaggeschi (Marcantonio Doria), l'appassionato dei veneti (Filippo Spinola) e non mancavano certo le raccolte di oggetti preziosi: in tutto
quasi duecento opere tra dipinti, arazzi ed argenti da parata, provenienti dai musei di tutto il mondo.
Il bello di questa impostazione, la sua modernità, è che permette di "entrare dentro la testa" dei collezionisti del Seicento, con tutto quello che ne consegue in termini di giochi e rimandi intellettuali.
D'altronde non si dimentichi (anche questa è una chiave di lettura dell'operazione) che Genova era una Repubblica, dove mancava la "moda" imposta dal sovrano di turno:
chiunque era libero di seguire le proprie passioni.
Il ventaglio di opere di qualità è talmente ampio e i generi talmente variati che è pressoché impossibile stilare un qualsivoglia elenco di "non-perdeteveli". Chi ama
Caravaggio s'incanterà di fronte alla
Giuditta e Oloferne del maestro, ma anche alla
Pietà di
Jusepe de Ribera; i cultori di
Rubens verranno conquistati da
Giunone e Argo e dal
ritratto di Brigida Spinola Doria; il sottoscritto si è invaghito del
San Carlo di
Procaccini, della curiosissima
wunderkammer di Gio. Carlo Doria, degli strepitosi
argenti da parata e naturalmente della
Cena del
Veronese.
Merita molte righe d'encomio l'eccellente allestimento di
Giovanni Tortelli, che ha stravolto gli ambienti di Palazzo Ducale rinunciando
con coraggio agli stucchi del soffitto (era l'ora) e creando un'azzeccatissima sequenza di spazi, unificati dall'alternanza del rosso e del grigio: è vero che ci siamo giocati il loggiato del cortile maggiore, ma il gioco è valso la candela. Perfetta l'illuminazione, curati i dettagli (come la climatizzazione mimetizzata) e la grafica. Nota di merito alla (finalmente!) scelta di squadernare
una mostra bilingue italiano/inglese, al bookshop di livello europeo e alla pubblicità di Genova all'uscita, del tipo "ti è piaciuto? Allora vai anche a visitare etc...".
Molto ben fatto e rigoroso il catalogo.
La mostra non finisce a Palazzo Ducale: oltre ad avere un naturale prologo nella visita della vicina
Chiesa del Gesù, ci sono le sezioni distaccate di
Palazzo Spinola e
Palazzo Rosso. Nel primo è raccolta la quadreria di Ansaldo Pallavicino, nel secondo quella Brignole-Sale (entrambe le collezioni formano i nuclei "storici" della dotazione dei due musei).
Insomma, non perdetevela, e chi soffre della Sindrome di Stendhal si porti dietro i sali.