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Non ti muovere. Avevo letto il libro e mi aveva impressionato soprattutto la storia d'amore vista, stranamente per una scrittrice, dalla parte maschile; si poteva, per questo, considerare una grande prova di scrittura e maturità artistica: non a caso, poi, Margaret Mazzantini con questo libro ha vinto il premio Strega nel 2002. Ora alla prova cinematografica di Sergio Castellino, il regista e marito della Mazzantini, ho assistito allo stesso racconto percependo la variazione paradossale con il punto di vista femminile. Strano scambio di visioni, eppure la fedeltà al racconto è mantenuta e lo stesso clima intimistico, del vissuto passionale tra amore e morte, c'è dato con la medesima intensità.
Questa mia annotazione penso confermi la diagnosi di Jung per cui ogni individuo è composto da due parti: l'anima e l'animus, ossia la parte maschile e quella femminile. Mentre l'anima è la parte femminile dell'uomo, ovvero ciò che tiene legati ai sentimenti, alla vita intuitiva e non razionale, "ciò che unisce", l'animus è all'opposto la parte maschile della donna, l'immagine pensante, discriminatoria che, credendo di unire in forza all'Eros, divide e frammenta.
Per Jung il principio dell'uomo sembra emotivo e quello della donna meditativo: spinto dalla sua anima l'uomo, incapace di relazione, equivoco, tende a cercare il vuoto nella donna; l'animus, invece, si rispecchia nelle personalità forti, decise, ben determinate. Per questo gioco di complementarità si assiste così ad un film che perfeziona il racconto originale. Quindi bravi tutti.
La storia scandaglia la nascita di un amore rievocato dal protagonista di fronte alla figlia in coma; una storia d'amore che due canzoni della colonna sonora supportano nelle loro parole: una Amori di Cutugno chiede, "Quanti amori? Quali amori?". L'altra, quella scritta appositamente da Vasco Rossi, dice "Voglio trovare un senso a questa storia...anche se questa storia un senso non ce l'ha...".
Infatti, quale senso può avere l'amore? Perché l'amore? Perché questo sentimento, che ha fatto chiedere al poeta W. H. Auden: "La verità, vi prego, sull'amore"?
Domanda senza risposta. Forse perché l'amore non ha bisogno della verità. L'amore è fallace: in sostanza nasce, vive e muore con noi; è frutto del tempo di ognuno. L'amore ci unisce in una strana e misteriosa alchimia, non ha bisogno della bellezza, della ricchezza o della gioventù. L'amore è a disposizione di tutti.
Il film, come il libro da cui è tratto, lo conferma: l'amore è andare insieme verso il buio, è un conoscere e conoscersi diversi...Non è forse l'amore la follia riservata a tutti?
Giorgio Boratto
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