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Spettacoli

Il ritorno di Tim Burton

 
Big Fish è l'ultima fatica del regista americano: pochi incubi e tanto disincanto, tra creature felliniane ed autocitazioni. Di Teardrop
 
   

     
01 marzo 2004
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big fish città
Cosa ci sarà di speciale in Alabama, perché le storie più stravaganti del cinema vengano dal profondo Sud della vecchia Unione? Così era stato, dieci anni fa, per il Forrest Gump di Zemeckis, così è oggi per il Big Fish di Tim Burton.
Quello del titolo è il pesce più grande d'America. Quello che il giovane Ed Bloom (Ewan MacGregor)pescò il giorno in cui nacque suo figlio William. Uno degli episodi che il vecchio Ed (Albert Finney) ama raccontare maggiormente, ma al quale l'ormai trentenne Will ha deciso di non credere più. Egli ritiene che la vita del genitore sia un'immensa bugia. E decide di allontanarsi da lui, finché le precarie condizioni di salute del padre non lo portano al suo capezzale: la diffidenza non lascia strada all'affetto. Fra loro si frappongono le decine di episodi mirabolanti che hanno caratterizzato la vita di Ed.
Come quella volta che fece amicizia con un Gigante capace di divorare un intero campo di grano. O come quando fuggì, in piena guerra, a Cuba, con una coppia di gemelle siamesi, facendole diventare stelle di fama internazionale grazie alla sua amicizia con un magnate della finanza ex-poeta, ex-petroliere, ex-rapinatore (Steve Buscemi). O come quando vide la propria morte in un occhio della Strega della Palude (Helena Bonham-Carter). O come quando capitò nella città di Spectre, dove nessuno portava le scarpe.

L'atmosfera del film è molto diversa da quella dei precedenti lavori di Burton. La pellicola si articola su due livelli nettamente distinti, il cui fil rouge è rappresentato dai racconti di Ed, pienamente rispettosi dell'aforisma di Edgar Allan Poe per cui chi sogna di giorno vede molte cose che sfuggono a chi sogna solo di notte: da un lato, una dimensione assolutamente reale, quella contemporanea, in cui compaiono la malattia, la senilità, la malinconia, in cui pare impossibile possa accadere un quarto di ciò che è capitato a Mr.Bloom; dall'altro, un ambiente onirico, legato al passato, visivamente in bilico tra le tinte pastello dei film anni '50 e l'iconografia del gotico americano, popolato da creature bizzarre, dove le situazioni più intricate si risolvono grazie al buonsenso, all'intelligenza e al gusto per l'avventura. Come nelle storie di Mark Twain. Il tutto unito dalla musica: quella reale di Bing Crosby e Buddy Holly, che oltrepassa le barriere del mito e fa capolino nel sogno.
La ricchezza delle geniali invenzioni visive è supportata da un valido cast di attori: le citazioni sono innumerevoli e tutte adottate consapevolmente. A partire da quella, di natura felliniana, del circo, cui Burton è affezionato da sempre. Per non parlare di quelle autocelebrative, come se il film rappresentasse il sunto delle sue fascinazioni precedenti. Triplo rimando per l'istrionico Danny De Vito, vestito come Il Pinguino del secondo Batman, con la tuba del Sindaco di Nightmare before Christmas, licantropo come si sussurrava fosse il padre dello stesso regista. Senza dimenticare le cupe nebbie alla Sleepy Hollow o la mano meccanica simile a quella dell'adorabile Edward Mani di Forbice.
È lampante la genuina morale del folletto Tim: la tolleranza verso le diversità e la capacità di guardare il mondo con il disincanto dell'infanzia, capace di giustificare l'ingiustificabile.
Anche il fatto che un uomo si tramuti in pesce. E che nei titoli di coda, a sorpresa, spunti la voce di Eddie Vedder dei Pearl Jam.

Teardrop


Big Fish - Le storie di una vita incredibile è a Genova al cinema America. Per gli orari e per prenotare il biglietto clicca su www.cinemagenovacentro.it
 
 
 
 
 
 
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