Chi l'ha detto che la lettura è un atto personale, intimo, da fare esclusivamente rinchiusi nella propria stanza? Forse è proprio per questo che la gente legge sempre meno. Ma perché uno dovrebbe andare a teatro per sentir leggere un racconto? Se qualsiasi dubbioso fosse andato all'Archivolto in occasione della seconda serata di
Nobel tra letteratura e teatro, sarebbe uscito dal teatro con la mente sollevata e le idee molto più chiare sulla questione.
Con la serie di spettacoli dedicati alla lettura di grandi personaggi della letteratura,
Giorgio Gallione ha dato il via ad una specie di esperimento. La sperimentazione non è una novità per il Modena, soprattutto per ciò che riguarda i legami tra letteratura e teatro. Prima di questa rassegna, infatti, avevano calcato le scene dell'Archivolto - in carne ed ossa o con i propri testi - autori come Calvino, Pennac, Serra, Benni. Un conto, però, è fare uno spettacolo teatrale da un romanzo, altra cosa è leggere il romanzo in scena.
Il secondo appuntamento della rassegna è dedicato - come il primo e il terzo - a
Gabriel Garçia Marquez e al suo racconto
L'incredibile e triste storia della candida Eréndira e della sua nonna snaturata.
Il racconto è del 1972, cinque anni dopo la pubblicazione di Cent'anni di solitudine, e riprende un'episodio che Marquez aveva appena accennato nel suo capolavoro. Solo due paginette «intorno a pagina 50» fanno riferimento alla figura della giovane Eréndira, poi il romanzo prende la sua strada. Dopo qualche anno, quelle poche righe diventano un racconto compiuto. Siamo in pieno "realismo magico", quel mondo ammantato di magia e mistero così ben rappresentato dal villaggio di
Macondo. La tragica vicenda di Eréndira, perseguitata dalla sventura e costretta a pagare con il proprio corpo i debiti del destino, ha tutte le caratteristiche di un dramma senza speranza. Eppure, come sempre quando si incontra il mondo di Marquez, l'atmosfera sembra la stessa delle favole.
I primi ad entrare in scena sono gli
Acquaragia Drom, splendidi menestrelli zigani, che arrivano dal fondo e si dirigono verso il palco suonando una nenia a tratti lenta e frenetica. Poi cala il silenzio; ecco la narratrice. All'inizio si è attenti a non perdere una virgola del racconto, concentrati sull'udito e sul labiale della narratrice. Sembra addirittura faticoso seguire la trama. Poi, lentamente, quando la storia assume contorni più definiti, ci si lascia andare. Più avanti si scopre che è bello persino chiudere gli occhi e figurarsi i luoghi, le facce del racconto. L'ensemble rom è perfettamente sincronizzato con la lettura; una colonna sonora fatta di strani strumenti e suoni esotici. Lella Costa è semplicemente sublime. Legge, legge e legge ancora, gesticola, modula la voce, interpreta ogni personaggio; mai un'esitazione, una pausa, uno sbaglio.
Eréndira è una ragazzina di quattordici anni; vive con la nonna - "la balena bianca", per le sue dimensioni - in una grande casa. Eréndira lava la nonna, fa i lavori di casa, cura la biancheria, segue gli ordini della vecchia per filo e per segno. Quest'ultima le parla anche da addormentata, finchè, giunto il sonno profondo, inizia a delirare. Tutte le sere. Una notte il candelabro della ragazza è sbattutto dal vento contro le tende. La casa prende fuoco insieme a tutto il resto. È il "vento della disgrazia" che si è abbattutto su di lei. Passata la disperazione, la nonna mette Eréndira di fronte alla realtà: lei ha causato la sciagura, lei dovrà pagare...vendendosi. La "tenda dell'amore", con cui le sciagurate si spostano, diventa ben presto molto famosa. La nonna amministra, Eréndira ripara il danno. Un giorno, però, arriva Ulysses, giovane timido e premuroso, che si innamora subito della ragazza e tenta in tutti i modi di sottrarla a quella crudele riparazione.
Quando Lella Costa si ferma, i più dubbiosi hanno smesso di esserlo da tempo, sono stati trascinati insieme agli altri dalla voce e dalle musiche, dalla vicenda di Eréndira e della sua nonna crudele. I menestrelli escono da dove sono entrati, suonando e cantando; poi, invece di ritirarsi rimangono lì, nell'atrio, a suonare le loro melodie popolari. Mezza sala è ancora sulle poltroncine, l'altra metà balla vicino alla porta d'uscita. La magia sembra continuare.
Come un romanzo di Daniel Pennac dà una bella immagine di quello che ha voluto, con successo, Gallione. Infatti, in quel libro l'autore spiega che il metodo migliore per far interessare i suoi alunni alla lettura è leggere i libri in classe. Sulle prime i ragazzi sono distratti, ma quando la storia inzia a prenderli, non possono più farne a meno. Ecco, al Modena è successa una cosa simile, solo che la classe era un teatro.
Esperimento riuscito, direbbe qualcuno.