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Un pubblico numeroso ha seguito alle ore 15, presso il Centre Culturel Français, la conferenza-presentazione di Jonathan Marks, docente di Antropologia molecolare presso il Dipartimento di Sociologia e Antropologia dell'Università della North Carolina a Charlotte.
Introdotto dal Paleoantropologo Giorgio Manzi, Marks ha presentato l'edizione italiana del suo nuovo libro Cosa significa essere scimpanzé al 98%, edita da Feltrinelli.
L'Antropologia Biologica è un campo ibrido della ricerca, tenta di fondere la biologia con l'umanesimo dell'Antropologia. Questo genere di studio è necessario perché ogni fatto naturale cela sempre un aspetto complesso che coinvolge la cultura, la politica e la società. La stessa definizione di "mammifero" è nata nel 1735 da una serie di controversie sull'allattamento. Infatti, al termine di una lunga discussione sull'opportunità o meno di allattare i bambini personalmente, si è ritenuto di prendere questa pratica come caratteristica dell'essere umano.
Marks ha percorso rapidamente la storia degli studi antropologici, passando dai furti di ossa dai cimiteri indiani fino a giungere alle analisi genetiche.
La somiglianza tra l'uomo e lo scimpanzé è stata argomento di studio dal 1699 e a livello morfologico, si sono subito apprezzate le incredibili similitudini. Le scimmie antropomorfe sono però diventate un triste simbolo della sotto-umanità, utilizzate nel XIX secolo per disumanizzare le razze non europee, con intenti che non hanno nulla di scientifico. In mancanza di reperti fossili, anche in periodo post-darwinista si è continuato a cercare in tal modo il famoso anello mancante.
Nel 1960 sono iniziati gli studi genetici di paragone tra uomo e scimmia antropomorfa, confrontando prima l'emoglobina, poi il DNA e i cromosomi. I risultati sono paradossali, ovvero: è più facile distinguere un uomo e una scimmia guardandoli a occhio nudo, piuttosto che confrontando il rispettivo patrimonio genetico. La verità è che spesso gli studiosi si sono fatti ingannare dai numeri e dall'abitudine storico/culturale di evidenziare le somiglianze piuttosto che le differenze nella comparazione uomo-scimmia.
Si tiene raramente in considerazione che a una minima differenza di livello quantitativo corrisponde un'enorme differenza a livello qualitativo. Una variazione del 10% di un ginocchio può significare una posizione del corpo piuttosto che un'altra. Se è vero che utilizzando la base di DNA risultiamo simili al 98% allo scimpanzé, è vero anche che siamo simili almeno del 25% ad un fiore. Nessuno guardando un altro essere umano direbbe che per un quarto è simile ad un tulipano. Questo accade perché c'è una base comune tra l'uomo e tutti gli esseri viventi, tutti discendiamo da un stesso sistema di vita multicellulare.
Alla domanda se noi rientriamo nella categoria di scimmie antropomorfe, si può rispondere che lo siamo nella stessa misura in cui siamo in rapporto con i pesci. Ci troviamo praticamente nella stessa posizione. Possiamo dire che la somiglianza scimmia/uomo ha avuto più una valenza politico/simbolica che altro.
Genova, 31 ottobre 2003
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