Bill Viola, Laurie Anderson, Nam June Paik, tanto per gradire. E poi Studio Azzurro, Chantal Michel, Yuan Shun e altri dodici, bravissimi e anche famosi.
Non sarà da scuola di giornalismo ma vale la pena di cominciare così, per descrivere la mostra
Il viaggio dell'uomo immobile. Diciotto stanze d'artista per un percorso nell'immaginario, a Villa Croce fino all'8 febbraio 2004. Il chilometrico e poco felice titolo rischia infatti di non rendere giustizia allo sforzo dei curatori, che hanno obbiettivamente organizzato una mostra-evento con la crème della crème della videoarte mondiale.
A Genova, se non era ben chiaro a tutti.
«L'idea di fondo», spiega Sandra Solimano, padrona di casa e coordinatrice di un comitato scientifico poco genovese e molto internazionale, «era cogliere lo sviluppo dell'uso della tecnologia in generazioni di artisti molto diverse fra loro».
«Non è una mostra storica sulla videoarte», si affretta a puntualizzare, «piuttosto un percorso nell'immaginario di diciotto artisti,
una sorta di Matrix. L'estensione potenzialmente infinita delle possibilità comunicative della tecnologia, assieme alla sua estrema indeterminatezza, può inquietare perché è un nuovo che sappiamo di non poter maneggiare. Qui interviene la sensibilità degli artisti, che sono la coscienza di tutti noi, proponendo diciotto interferenze fra lo spazio fisico e la dimensione dell'immaginario e del virtuale».
Un percorso iniziatico, insomma, all'interno del mondo interiore di diciotto artisti provenienti da mezzo pianeta. Eccolo qui il "viaggio dell'uomo immobile".
Fra l'altro l'iniziativa si apre in concomitanza con il
Festival Internazionale della Scienza (e si chiuderà con Genova Capitale Europea della Cultura): un evento non a caso, visto che il mezzo con cui si concretizza questo "viaggio immobile" è proprio la tecnologia.
La massiccia presenza degli stessi artisti, quasi tutti presenti all'inaugurazione, sta a dimostrare come la mostra sia effettivamente sentita come un piccolo-grande evento. Almeno quattro opere sono state realizzate e/o modificate proprio per Villa Croce.
In un veloce tour vale la pena di segnalare (ovviamente)
Bill Viola che con
Memoria propone la lenta emersione di un volto umano, un groviglio elettronico che propone l'impossibile materializzazione di un pensiero, un ricordo. Accanto, il "computer sensibile" dei francesi
Edmond Couchot e Michel Bret, capace di far fluttuare i semi del tarassaco al semplice soffio del passante, piega il freddo calcolatore elettronico al no-sense della casualità.
Affascinante anche l'installazione post-barocca dello
Studio Azzurro, che anima la volta di uno stanzone con l'eterea presenza di angeli senz'ali: le piume cadute sono sospese a mezz'aria. Poco oltre, la scultura del francese
Marc Didou, una specie di totem africano simile all'
Urlo di Munch, in realtà proveniente dalle analisi della tomografia a risonanza magnetica: uno specchio convesso ne ricostruisce anamorficamente l'immagine.
Fabrizio Plessi, nella sua
Foresta di fuoco cortocircuita passato e presente, preistoria e tecnologia, incendiando virtualmente dei veri tronchi d'albero con le fiamme immaginarie di un monitor, mentre la svizzera
Franziska Megert costruisce uno straniante cubo da "realtà virtuale" che inganna la nostra percezione spaziale. Infine
Laurie Anderson dà vita ad un fantasmatico folletto di sé stessa, proiettandosi in miniatura su un blocco di vetro scolpito.
Per una volta,
non abbiate paura di "non capire": ogni opera è commentata in didascalia con una breve ma esauriente biografia dell'artista e una decina di righe di spiegazione. La didattica, nell'arte contemporanea, è merce rara: complimenti dunque al fegato dei curatori, capaci di non rinchiudersi in una torre d'avorio.
Ultime due righe per ricordare che un rete di mostre collegate a quella di Villa Croce darà vita nelle gallerie private genovesi ad un percorso complessivo su simili tematiche.
[nella foto: "At the shrink's" di Laurie Anderson]