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Omaggio a Berio
 

Quattro voci per Luciano Berio

 
Sanguineti, Restagno, Fournier e Ferrero: gli amici ricordano il maestro con aneddoti personali. "Intégral" di Liberovici chiude la serata
 
   

     
22 ottobre 2003
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mentelocale di
Laura
Santini
   
Nella sala Eugenio Montale del Teatro Carlo Felice, nel pomeriggio del 21 ottobre, le voci di Enzo Restagno, Edoardo Sanguineti, Lorenzo Ferrero, Gaston Fournier, coordinate dal giornalista Roberto Iovino [vedi foto in alto], hanno gradualmente creato uno sfaccettato ritratto di Luciano Berio, l'amico compositore.
Ognuno, con un suo aneddoto, ha raccontato il proprio Berio: personalità geniale, dalla creatività inarrestabile, ma anche uomo difficile; amico fedele, tuttavia capace di amori fugaci per il lavoro di giovani talenti, talvolta abbandonati per strada. È emerso un uomo a tutto tondo, con grandissimi pregi e qualche difetto. "Luciano", come quasi tutti hanno preferito chiamarlo, era certo il grande assente, eppure sembrava che da un momento all'altro sarebbe comparso scusandosi per il ritardo.

Si è parlato di un Berio giovane e del suo rapporto con Darmstadt; di un Berio nel pieno della sua onnivora attività di creatore e felice reinventore del Maggio Fiorentino e, anche, di un Berio stanco, già malato, ma ancora capace di lanciarsi in una nuova avventura quando - in un momento di relax dopo la lettura della Santa Cecilia di Mallarmé - ipotizzò con Enzo Restagno la grande sfida di orchestrarne la versione di Ravel.
L'ultima delle testimonianze, quella di Gaston Fournier, ha fatto rivivere al pubblico il Maggio Fiorentino che Berio condusse nel '84, facendo letteralmente musica in tutta la città: da quella elettronica, alle registrazioni di suoni di animali selvaggi diffuse per le strade; agli elementi sonori sulle bici delle associazioni ciclistiche, in una grande parata fino a Piazza della Signoria; e ancora la ricerca sulle note delle campane di Firenze per il grande avvio su Mi bemolle, un'unica nota riprodotta da ogni campanile. Fu questa l'apertura della manifestazione firmata Berio. Altrettanto originale fu la chiusura con due versioni dell'Orfeo: una tradizionale, l'altra assolutamente originale: 5 diverse band con musica vocale e elettronica.

Edoardo Sanguineti, riassumendo un rapporto vivo dal 1961, ha ricordato la musa, e prima moglie, Cathy Berberian, voce straordinaria e interprete unica di molti lavori del compositore, che lo spinse verso il jazz e la sfera delle contaminazioni. Parlando del Berio più difficile, Sanguineti ha raccontato dell'acceso confronto ventennale su Puccini e Bellini, che li trovava su posizione perfettamente contrarie. Ha anche sottolineato la condivisa concezione del trascrivere, cara ad entrambi, nell'ottica di un rispetto per la tradizione e di una spinta altrettanto forte verso il nuovo. «Berio», ha concluso Sanguineti, «si rammaricava solo di una cosa, di non essere certo di aver scritto quello che era il suo sogno, il suo Trovatore».

La serata si è conclusa con il nuovo spettacolo di Andrea Liberovici [foto in basso]: Intégral. Suonare la memoria, pièce musicale per elettronica, soprano, attrice, spazializzazione acustica 5+1.
Una riflessione sul conflitto, le guerre e il ruolo dell'uomo nella società contemporanea volutamente frammentario e disturbato come una trasmissione TV. Conteso dalla duplice possibilità di essere programma radiofonico o un vero e proprio Reality Show, lo spettacolo estremamente interessante, resta forse immaturo, come in attesa di un ulteriore sviluppo. Da un lato, l'intervista-testimonianza in francese, quasi spirituale, del pittore giapponese Shoichi Hasegawa, sosteneva la linea radiofonica della performance, dall'altro la presentatrice - capace di ridere sui più terrificanti ricordi delle due guerre - parlava chiaramente il linguaggio della televisione. Le parole di Hasegawa, tradotte, comparivano e svanivano da un grande schermo bianco e sembravano alludere alla caducità dell'essere. Lo show per la TV, nella figura della giuliva presentatrice, proponeva il solito quiz a premi, le cui domande però ricordavano gli orrori dei Gulag e delle due guerre, e non c'erano premi ma solo l'incredibile esclusiva delle voci dei grandi dittatori (dagli Archivi dell'INA di Parigi): Hitler, Stalin, Mussolini, ma anche quella di Einstein e di Henry Truman responsabili - certamente in diversa misura - della bomba atomica.
A tutto questo si aggiungeva una figura molto più teatrale, quella di una donna scontenta, sfinita dalle piccole disgrazie del quotidiano che la facevano sospirare "Oh quelle merde, oui, c'est une merde", pressoché all'infinito sull'immagine dell'acqua scrosciante dello sciacquone di un cesso.
Un lavoro che si nutre di frammenti, di cui forse paga l'utilizzo; che potrebbe essere ispessito e, certo, reso più unitario.

Testi di Sylva e Andrea Liberovici. Voci di Donatienne Michel-Dansac e Caterina Barone. Regia Andrea Liberovici. Produzione Atelier de création radiophonique de France Culture e Radio France Groupe Recherches Musicales Paris.
 
 
 
 
 
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