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Società & Tendenze

Da Catania con furore

 
Sabato 18 ottobre, per Fuori Tempo, il dj e producer Luciano Cantone sarà @ mentelocale café. Tanti ritmi per ballare e fare festa
 
   

     
16 ottobre 2003
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di
Giulio
Nepi
   
Luciano Cantone
Luciano Cantone, dj e producer catanese, sarà @ mentelocale café / mucca bar [Palazzo Ducale] sabato 18 ottobre nell'ambito della manifestazione Fuori Tempo. Dire fare sentire la musica oggi. Si comincia alle ore 22 circa con la performance afro-house Basmati ideata da Dubmaster Spillus e poi verso mezzanotte sarà la volta di Luciano.
Ingresso libero, buffet gratuito a disposizione, e se piove tutti al coperto del grande atrio di Palazzo Ducale!



Dall'ufficio milanese di Luciano Cantone si gode la vista su un panorama per pochi eletti: la scena elettronica del vecchio continente. Sul portone ci sono due placche, la prima dice Edizioni Ishtar, la seconda Family Affair Distributions. Traduco: per incidono alcuni dei migliori musicisti della scena nu-jazz italiana, come Nicola Conte, S-Tone, Soulstance e Rosalia de Souza. La Family Affair distribuisce in Italia le etichette-cult dell'elettronica europea: F-Communication (il primo Saint Germain, Frederic Galliano), Compost (Koop, Kyoto Jazz Massive) e altre, tanto per gradire.
Insomma, dalle mani di quest'uomo, di riffa o di raffa, passa una bella fettona del mercato italiano dei "nuovi suoni": nu-jazz, break & bossa, chill out, lounge, eccetera.

Semplificando, posso dire che stai fra Saint Germain e i Tribalistas?
[ride, ndr] «Bé, sì, ma che sia chiaro che stai davvero semplificando! Ad ogni modo è vero che ho importato il primo disco di Saint Germain, Boulevard. Poi lui è passato alla EMI».
È anche vero che hai sdoganato per primo la nuova musica brasiliana... Comunque, piuttosto, da dove nasce la tua passione per questo genere di suoni?
«Dalla musica nera. Quando ero ancora a Catania, la mia città natale, mi nutrivo di funky e black music in generale».
Poi è arrivato il jazz...
«Sì, è arrivato come di riflesso, quasi fisiologicamente. È stata una passione bruciante, che dura ancora oggi: per imparare la batteria jazz ho preso armi e bagagli e mi sono trasferito a Milano».
E qui hai trasformato la tua passione in lavoro, creando le Edizioni Ishtar e coniugando jazz ed elettronica. Quali sono secondo te le tendenze più interessanti, oggi, nel panorama dell'elettronica?
«Nell'ultimo decennio ci sono stati due dj che hanno contribuito a cambiare la scena in maniera decisiva, proponendo una musica particolare, di ricerca, introspettiva: si tratta di Kruder e Dorfmeister. Dopo di loro, credo che l'aspetto migliore dell'elettronica sia rappresentato da quelle sonorità che vanno alla ricerca del passato, rifacendosi a dischi vecchi in cui la gente suonava. Vedi, adesso le tecnologie permettono di fare un disco in casa, da solo: un ego-trip musicale. Ma il vero interesse sta nella musica suonata: tutte le nuove produzioni capaci di trasmettere quell'atmosfera, magari con campionamenti di vecchi vinili riletti in chiave moderna, ecco, quelle sono interessanti».
Secondo te, si può parlare di "identità nazionale" nelle varie produzioni di elettronica? Ad esempio, esiste davvero il famoso "french touch"?
«Bé, se non esiste, lo si può sempre inventare! Sai, c'è una certa differenza fra il concetto puro del musicista e quello che viene fuori dopo il lavoro delle case discografiche e del marketing... Comunque sì, si può parlare di identità nazionale. Ad esempio noi italiani abbiamo un certo spirito latino ma soprattutto il fenomeno del lounge, che negli anni '90 ha fatto riscoprire alcuni compositori, Morricone fra tutti: questa è nel mondo la musica italiana».
Francia? Inghilterra? Germania?
«La base della musica elettronica francese è fondamentalmente il funk, gli inglesi hanno sempre un qualcosa di beatlesiano. I tedeschi, non avendo radici a parte la grande tradizione classica, li vedo più hard rock... ma c'è da dire che sono un popolo musicalmente molto aperto»
Le grandi capitali come se la passano?
«Parigi sta bene, Londra è un po' in declino, Berlino è la più vitale di tutte. Ma a mio parere la prossima sorpresa sarà Barcellona».
Secondo te la musica elettronica è musica d'élite? Una specie di musica colta popolare?
«No, è una musica che non ha nulla di elitario, è basata su melodia, armonia e ritmo: può tranquillamente abbracciare un pubblico più vasto. Certo, il problema è che non è il pubblico a decidere cosa far trovare sugli scaffali dei negozi di dischi...».
Cosa farai sentire al pubblico genovese, sabato 18 ottobre a mentelocale café?
«Vedremo, metterò alcune cosette rappresentative della nostra produzione. Ci divertiremo, metterò su qualche pezzo percussivo, un po' di latino, un po' di afro, di brasiliano. E comunque tengo sempre di scorta i miei assi nella manica!»
 
 
 
 
 
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