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Il Rossini di Dario Fo

 
Il Premio Nobel reinterpreta il Viaggio a Reims al Carlo Felice. Un accostamento straordinario non sempre riuscito. Di Giorgio De Martino
 
   

     
11 ottobre 2003
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Due partiture: una di Rossini, l'altra di Dario Fo: procedono insieme, ma raramente si compenetrano... Trionfale, come nelle previsioni, con qualche sparuto - fin goffo - tentativo di protesta extra-musicale (un "basta" gridato in zona finale che non ha acceso alcuna miccia), il "Viaggio a Reims" che ha inaugurato venerdì sera la stagione del teatro Carlo Felice.
La presenza prestigiosa e ingombrante di un artista come Fo, che dell'allestimento ha curato regia, scene e costumi, modificando anche qua e là il libretto, chiede la priorità di qualche riflessione, rispetto alle valutazioni su quanto ascoltato: ci piacerebbe non poco unirci al coro mediatico osannante, in omaggio allo sforzo del teatro cittadino e all'ammirazione per il pluridecennale impegno del nostro premio Nobel. La realtà è che lo spettacolo non ci ha del tutto convinto. Fo strizza l'occhio dal principio alla fine, copre ogni possibile fessura, riempie il palcoscenico (anche in altezza) lungo le quasi tre ore di spettacolo, vincolando la musica di Rossini alla propria sensibilità. Certo, nel "Viaggio" l'intreccio narrativo è pressoché fermo: mentre la musica rossiniana prende per i fondelli il consesso d'una nobiltà sdrucita e caricaturale in attesa vana di poter celebrare l'incoronazione di Carlo X (1825), il libretto non concede quasi nulla. Quindi, molto sensata l'idea di farcire la lunga partitura anche di gags demistificanti, pronte a ricordarci che "il re è nudo".
Ma i magnifici quadri d'insieme, se isolati e analizzati, non sembrano contenere né quella congruenza narrativa né quella vis politica promessa prima della prima.
Non si tratta d'arricciamenti di naso filologici per il libretto maneggiato (anzi, viva la contaminazione e l'attualizzazione, quando possibile), quanto della percezione di due personalità troppo connotate per potersi amalgamare. Al di là del denominatore comune d'una straripante beffarda inventiva, il pericolo è che il portato artistico di entrambi ne esca impoverito.

Due partiture, dicevamo: una di Rossini, incastonata di meraviglie che l'autore pari pari trasborderà nel successivo "Conte Ory", e diluita in una prolissità esornativa abbastanza faticosa da reggere (non dimentichiamo che se l'opera è sparita per un secolo e mezzo, è anche perché Rossini per primo, insoddisfatto, non ne permise nuovi allestimenti). L'altra di Dario Fo, gustosa, canzonante, circense, con bandiere sbandierate, arpe volanti, ninfe in tulle, ciuchi di pezza, draghi burloni di bergmaniana memoria (il film-opera "Flauto magico"), colombelle dispettose placate a colpi di pistola, mimi, acrobati, danzatori, contorsionisti, splendori cromatici, cappellini volanti, ammicchi pittorici (il tratto di Fo porta in un clima chagalliano), pioggia tradotta in fettucce cartacee, cartelli esplicativi di brechtiana memoria su sfondo di plurimi colonnati termali. Le due realtà creative sono "affiancate": Fo inventa, attraverso un tipo di lettura della musica abbastanza superficiale.
La firma del premio Nobel è straripante (e prevedibile, per chi ne conosce il teatro). Quest'appetito volto a "riempire", questa concretizzazione gastronomicamente seducente e poco amalgamata alla partitura, tradisce forse la condizione di Fo neofita nel teatro in musica (anche se naturalmente non è questo il suo battesimo...). D'altissimo profilo, ma neofita.
A conti fatti varrebbe dare priorità a chi l'opera l'ha suonata e cantata. Notizia più pregnante, ad esempio, è la vivacità e la "tenuta" del giovane podio Nicola Luisotti, che ha approfondito la partitura esaltandone (quando possibile) la leggerezza, alla guida di un'orchestra tonica, energica, senza sbavature.

Sulle voci: troppe, per dirne con spazio ragionevole. Segnaliamo giusto quelle che più hanno svettato: entusiasmante il duo "Belcore" Lawrence Brownlee (un tenore di colore dal timbro di rara morbidezza, fornito d'intensa espressività e salda tecnica) e la "Corinna" di Elena De La Merced. In grande forma anche Luciana Serra (un miracolo, la sua voce tagliente a cui l'orecchio deve abituarsi con fatica, prima di rimanerne incantato) e Anna Bonitatibus, forse non del tutto a suo agio sul versante attoriale ma assolutamente strepitosa da quello vocale.
Désirée Marcatore è una promessa di rango, ma in fase d'assestamento: deve sistemare un vibrato che poco ha a che fare coi suoi ventisei anni. In ultimo, lezione di stile da Enzo Dara, grande voce, grandissimo uomo di teatro.

Applausi per tutti. Non quattordici minuti (è semplicemente falso) come è stato scritto, ma certo una buona dose di generale entusiasmo, che ha saputo estinguere lo sparuto dissenso.

Giorgio De Martino

Nelle foto: lo spettacolo al Carlo Felice
 
 
 
 
 
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