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Il futuro del trapassato remoto

 
Chiacchierata con Riccardo Bertoncelli, la "voce" della critica musicale italiana. A Genova per Fuori Tempo, sabato 11 ottobre
 
   

     
2 ottobre 2003
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di
Stefano
Baschiera
   
Riccardo Bertoncelli
Segnatevi l'appuntamento: sabato 11 ottobre, alle ore 15 presso il Palazzo della Borsa, sarà a Genova Riccardo Bertoncelli, firma storica della critica musicale italiana. Riccardo scrive per Musica!, per Linus e per altre testate, oltre ad avere pubblicato parecchi libri, specialmente sul rock.

È un portavoce trans-generazionale ideale, senza dubbio la persona più adatta per descrivere i mutamenti in atto nella musica contemporanea. E infatti a Genova, in occasione di fuori tempo, lo vedremo vestire i panni del moderatore, in una chiacchierata cui parteciperanno anche Teresa De Sio, Gianna Nannini, Enrico Rava, Peppe Servillo e Peppe D'Argenzio degli Avion Travel. «Sono tutti artisti che hanno in comune una grande esperienza», sottolinea, «hanno attraversato impavidi uno, due, tre decenni di musica, adattando la loro arte ai tempi via via diversi. Di questo vorrei che parlassero e in qualche modo "rendessero conto"».

Il dibattito che lei coordinerà si chiama Suoni del nostro tempo, dai canti popolari ai ritmi urbani. Quale musica oggi rappresenta questo passaggio?
«Non parlerei di "una" musica, ma di tante musiche: il rap, un certo folk moderno, il rock nella sua versione più cruda e "da strada", perfino una certa elettronica quando sa rinunciare alla pompa magna e prova a temperare una nuova idea di "canzone". Credo che "suoni del nostro tempo" sia un termine felicemente passepartout... e comunque cercherò di usarlo così, per spiegare com'è diversa la musica di oggi da quella di ieri».

Nella musica contemporanea predomina la contaminazione. Come possono convivere aspetti lontani come la sperimentazione multiculturale e il recupero della musica tradizionale?
«Non esistono formule magiche; esistono un'etica del lavoro e un'idea di rispetto, di cura, nel caso anche di passione (sempre gradita) che è giusto entrino in gioco. Questa è un'epoca di falsari, in tutti i campi e in quello della musica in specifico: la purezza della tradizione o il nuovo nuovissimo della World Music sono spesso usati come scusa, come paravento dietro cui nascondere le poche idee. È un pericolo in effetti da tener sempre presente».

C'è una tradizione musicale italiana che lei sente minacciata e che si deve difendere con le unghie e con i denti?
«Sono "internazionalista" per radici e convinzione. Esiste una tradizione musicale italiana che è ricca e forte ma che va innovata, non adorata o accarezzata con nostalgia. Sono fiero di appartenere a una generazione che ha schiuso le porte di mondi lontanissimi come il blues, il rock; ne è venuto qualche danno, certamente, ma anche un profondo arricchimento».

I generi "storici" musicali si rinnovano con l'uso dell'elettronica e riscoprono le sonorità tribali, umane. Quale via seguirà la musica del futuro?
«Le due cose fin da subito hanno proceduto di pari passo. Il futuro del trapassato remoto, ecco il paradosso; tornare alle origini della fruizione musicale usando gli strumenti più nuovi e avanzati».

Chi in Italia sembra in grado di percorrere questa direzione?
«Non voglio fare nomi ma disegnare un paesaggio. C'è ancora molta nebbia, un senso di vaghezza per una scena in fondo fragile e ancora, spesso, provinciale; ma un bel fermento e una qualità che va elevandosi. I giovani musicisti di oggi mi sembrano molto più preparati di quelli degli anni '70 e '80, almeno in ambito rock e dintorni; con più cultura, con più attenzioni, anche con una maggiore preparazione tecnica».

Infine, come ascolta lei la musica? [e non mi dica con le orecchie, please]
«La ascolto come capita, alla scrivania, in viaggio, passeggiando per la mia città: comunque non restando fermo sul letto della mia stanza a meditare e fantasticare come facevo al tempo dei miei vent'anni. Un ascolto più "storto" e certo superficiale, che finisce per condizionare il mio scrivere ma forse anche la natura della musica che si produce - questa mutevolezza e superficialità è una delle caratteristiche della nostra epoca, uno dei segni più forti per rimarcare la differenza con il passato».

 
 
 
 
 
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