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Silenzio. Parla Salvatore Sciarrino

 
Talento precocissimo, nato fuori dalle scuole. Il compositore racconta il suo modo di sentire e scrivere la musica. Sarà a Genova il 10
 
   

     
02 ottobre 2003
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mentelocale di
Laura
Santini
   
Salvatore Sciarrino
Salvatore Sciarrino, (siciliano classe '47), compositore d'eccezione di musica contemporanea, è artista pluripremiato e riconosciuto a livello internazionale.
Sarà a Genova, venerdì 10 ottobre, per il Convegno dal titolo Diverso sentire. Comporre, dirigere, interpretare: Percorsi musicali a confronto - Palazzo della Borsa, ore 16 - nell'ambito di Fuoritempo (10-25 ott), la manifestazione promossa dalla Fondazione Carige
Al dibattito, prenderanno parte: il direttore d'orchestra Roberto Abbado, la mezzosoprano Monica Bacelli e il violinista Ivry Gitlis, modera il giornalista Armando Torno. L'ingresso è libero e gratuito.

Lo abbiamo contattato per avere qualche anticipazione.
Con la sua voce calma e una parlata generosa, Salvatore Sciarrino conversa piacevolemente e si racconta con misura.

Può anticiparci qualcosa sul suo intervento al Convegno Fuoritempo?
Non si tratta di un seminario, dunque non sono previsti interventi preparati. Piuttosto, credo che siamo stati messi insieme per dare una prospettiva varia su diversi aspetti della stessa disciplina. Perché tutto in musica si fa attraverso incontri e dialoghi: dalle prove all'educazione musicale è con il confronto che si lavora. Che non significa necessariamente parola, perché anche il silenzio può dire molto. In tutte le arti che si eseguono dal vivo le prove si maturano collettivamente e con l'apporto di ognuno.
Molti parlano della sua musica come organica, biologica. Lei come intende la sua attività di compositore?
Sono nato fuori dalla scuola, quindi non ho le sicurezze, ma neanche i condizionamenti di chi è nato dentro le strutture convenzionali. Il mio approccio alla musica all'inizio è sempre diretto, e poi diviene mediato. Si evolve con il pensiero. Non ho i condizionamenti che derivano dall'apprendimento tradizionale che si serve di studi separati: solfeggio, armonia, contrappunto e così via. Tutti questi sono aspetti divisi di un linguaggio organico, presentarli così ad un bambino è come presentargli un giocattolo smontato che lui non ha mai visto montato e di cui non conosce il funzionamento. La visione d'insieme in questo modo gli è negata se nessuno gliela insegna.
Tornando a me, ho un approccio per niente sistematizzato, bensì interdisciplinare, se possibile. Uso il linguaggio della musica nel pieno delle sue riserve espressive.
Ecco perché io stesso parlo di ecologia, perché il cuore della musica è un cuore vivente. La musica è per sua natura incrociata con le altre discipline. Respirare con la musica permette di respirare la cultura. La musica dei nostri nonni puzza dei corridoi di scuola.
Quale musica ascolta Sciarrino?
Ascolto la musica solo in compagnia, per la gioia di condividere con altri le mie cose nuove. In casa mia dunque c'è poca musica, in compenso ci sono tutti i suoni intorno della vita umana e animale.
Prima ha menzionato il silenzio come dimensione sonora o comunicativa. Può spiegarci il suo punto di vista?
Il silenzio dipende dalle condizioni in cui lo si ascolta. La percezione umana non è affatto assoluta, è relativa. Il silenzio è ciò che la nostra percezione non mette in primo piano, ma sullo sfondo. Per esempio, in questo momento (conversazione telefonica, ndr) c'è il silenzio della linea, che per me è un fruscio, c'è una specie di silenzio intorno, di piccoli colpi di piccone e c'è, poi, un silenzio più lontano, della campagna. Silenzi che si sfogliano a cipolla uno fuori dall'altro.
Sciarrino e i giovani. Quale rapporto?
Percepisco un avanzamento generazionale rispetto al linguaggio contemporaneo. Quello che alla mia generazione appariva difficile e impraticabile, diventa per i giovani un punto di partenza per l'interpretazione.
In generale non è che noi diamo ai giovani e loro stanno lì a bocca aperta a prendere. Noi traiamo da loro energia e, se siamo intelligenti, possiamo apprendere una maggiore apertura mentale, perché loro ci comunicano abitudini e stili di vita completamente diversi. Quindi siamo anche noi a guadagnare. L'insegnamento non è mai un travaso di conoscenze, con l'imbuto della scuola, in un vaso vuoto. È un lavoro a due, uno scambio di esperienze. A differenza delle macchine, la specie umana possiede l'adattamento che è creatività.
Mentre scrive che pubblico ha in mente?
Il pubblico ideale sono i nostri migliori amici: quelli che vogliono essere sorpresi da quello che ancora non c'è. Il vero pubblico non è attirato da interessi specifici, ma mosso da curiosità. È questa a superare la diffusione limitata delle nostre cose. Altri tipi di pubblico non ci sono. Ci sono le piccole e le grandi mitomanie. Il rapporto con il pubblico è un rapporto con la sala, con chi si riunisce. È un rapporto con un'assemblea, ma anche, spesso, con i singoli individui. Conoscendo le persone e quindi il pubblico si conosce la varietà della vita.
 
 
 
 
 
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