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Lo sguardo si posa rassegnato sul computer: «non legge i ciddì di musica. Quando stavo a Roma, al Ministero, ne avevo uno che mi permetteva di lavorare con un sottofondo musicale». A parte questo piccolo rimpianto che le impedisce di dar sfogo alla sua passione per le sette note, Rita Testa - Responsabile delle attività culturali per la Fondazione Carige - sorride e parla di Genova con quell'amore che solo i "foresti" rimasti ammaliati dalla città possono avere. «Ammetto che non la conoscevo prima di trasferirmici, nel 1998. E anche che non tutti i commenti che mi erano stati riportati erano lusinghieri. Ma...» Ma? «a me piace il mare!». A distanza di cinque anni Rita si dichiara felice di quella scelta: «ho trovato una città colorata e bellissima, sono anche stata accolta con calore. Una cosa impensabile. E mi piace anche questo svelarsi poco a poco, che è uno dei misteri di Genova». Ma soprattutto a Rita piace il dialetto, il modo in cui i genovesi lo difendono: «a Roma non c'è un dialetto vero e proprio, a Milano sì ma ad esempio i ceti colti non lo parlano perché lo ritengono provinciale. In Liguria invece è sentito come un patrimonio comune, un senso di appartenenza alla propria terra che unisce tutte le classi sociali». In cinque anni ha visto la città cambiare ed evolversi esponenzialmente e in positivo: «si è trattato sia di una maggiore apertura verso il mondo che di un'evoluzione culturale, fatta anche di manifestazioni importanti. E non penso solo al 2004».
Com'è nata la sua collaborazione con la Fondazione? «Lavoravo a Roma al Ministero degli Affari Esteri, mi occupavo di valutare i progetti di sviluppo formativo, universitario e culturale dei paesi emergenti. Quando Lorenzelli è diventato presidente della Fondazione ha sentito l'esigenza di avere un esperto proprio di "valutazione progetti" e, dato che ci eravamo conosciuti in una di quelle occasioni, mi ha chiamato. Il mio compito è stato costruire un sistema di valutazione - che prima non c'era - poi dalla valutazione sono passata all'organizzazione tout court: c'era bisogno di mutare l'immagine di un ente che era percepito come uno sportello a cui chiedere finanziamenti, e trasformarlo in un'impresa di cultura vera e propria. Si è trattato di un passaggio riuscito e notevole, adesso la Fondazione ha un'identità più solida, riconosciuta dalla gente».
Ed è arrivato anche il progetto di "laicizzazione delle Muse"... «Sì, sempre di più ci accorgevamo che nel mondo moderno le forme espressive classiche, le quattro più importanti almeno - teatro, letteratura, musica e arte - stavano cadendo in una sorta di obsolescenza. Ci siamo chiesti: quale sarà il loro avvenire? Abbiamo semplicemente cercato di dare una risposta. Fuoriscena e Fuoripagina sono state anche due importanti riflessioni dopo l'11 settembre: Shakespeare può essere apprezzato da un arabo come da un ebreo o un cattolico. Attraverso poesia, letteratura e musica può passare un valore oserei dire quasi religioso di fratellanza».
Come sarà Fuoritempo? «Risponderò citando le parole di Restagno: "un forum a metà fra un discorso per addetti e un talk-show". In effetti affronteremo il tema della musica a 360°, da quella colta - come amano dire i francesi, la grand musique - a quella popolare, da Mozart a Gianna Nannini. Ci interessa riportarne le diverse sfaccettature, viste attraverso gli occhi degli artisti o di chi ne cura il lato organizzativo ed economico. Ma senza tralasciare altre visioni, come il valore storico-filosofico e persino psicanalitico, come la musicoterapia. Il discorso sarà incentrato sulla musica colta con l'intenzione di farla uscire da quel ghetto di autocompiacimento in cui si è reclusa nel passato: vediamo se è possibile laicizzarla, nel senso pieno del termine, dato che laos in greco vuol dire popolo. Un altro filone importante è quello che riguarda il futuro della musica contemporanea: Mozart sopravvivrà, ma Berio? Ecco, qui vogliamo entrare nel mistero di "cosa significa capire la musica"».
C'è di mezzo dunque anche un aspetto di educazione musicale... «...che in Italia manca. È un'assenza grave, perché la musica per essere compresa ha bisogno non solo del cuore ma anche dell'intelletto. Non è sufficiente l'anelito per capire appieno il messaggio di pace della nona di Beethoven. Ecco perché produrremo un CD di musica classica che distribuiremo nelle scuole della Liguria, promuovendo un premio che stimoli i ragazzi a esprimersi su quello che hanno ascoltato».
Cosa si aspetta da Fuoritempo? «Innanzitutto che porti la gioia della musica in città. Non so cosa potrà produrre in futuro, ma di sicuro a Genova non si era mai affrontato questo problema con una tale ampiezza. Noi dobbiamo - concedetemi una citazione da Baricco - vivere la modernità e resisterle. Speriamo che la città giunga in tempo a Fuoritempo!».
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