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Nemmeno il tempo di ritornare a casa e godermi un po' il conforto della mia famiglia, nemmeno il tempo di riallacciare il mio grembiule da
presunto cuoco, nemmeno il tempo di maledire i ritmi monotoni di un ristoratore, che una telefonata all'alba mi convoca, per la sera stessa, in un albergo di Istanbul.
Non ho bisogno di fare domande, nel nostro mondo per telefono ci si comunica solamente gli appuntamenti, ma sento in un attimo salire dentro di me l'adrenalina. Ci sono stati anni dove gli incarichi erano così numerosi che spesso eri obbligato a rifiutarne, anni in cui non di rado ti poteva capitare,
durante una missione, di essere contattato da quelli che al momento erano i tuoi avversari. Confesso che in più di un'occasione la tentazione di cambiare cavallo in corsa è stata molto forte, però già all'inizio della mia professione mi ero imposto alcune regole "deontologiche", ed una di queste, la più importante, consisteva nel non tradire mai il committente. Questo comportamento mi ha permesso di mantenere buoni rapporti con tutti e conseguentemente la possibilità di lavorare, ovviamente in tempi diversi, sotto ogni bandiera anche se questo, ad un profano, può apparire strano. Ed invece così non è in quanto un vero professionista, e tale mi ritengo, non agisce per passione o sentimento in una determinata causa, ma per passione e sentimento del proprio lavoro. Sono conscio che così impostato il ragionamento possa apparire cinico ed in parte è innegabile che lo sia, nella realtà però sono una persona con un cuore ed un'anima,
non un freddo calcolatore. Più volte ho rifiutato lavori che consideravo immorali. E tenete conto che questi lavori, proprio in virtù della loro immoralità, erano molto ben remunerati, ma non aveva importanza perché, anche se è vero che ogni uomo ha il suo prezzo, è altrettanto vero che, per quanto mi riguarda, esiste sempre un limite dettato dalla coscienza. Mi sono anche sempre rifiutato di accettare incarichi che riguardassero la
questione mediorientale qualunque fosse la fazione a propormeli ed ovviamente, pur non provando gli stessi sentimenti di odio che la mia gente prova per loro, non ho mai lavorato per gli israeliani.
Posso dire che in quegli anni sono stati principalmente la CIA ed il KGB a garantirmi un discreto reddito, loro e non solo, ma il merito di non essermi venduto l'anima è solamente il mio. Non ho mai provato gioia nell'eliminare un nemico, soddisfazione, quella si, soprattutto se ciò comportava il salvare la pelle, e mi sono sempre rifiutato di estorcere informazioni con l'uso della tortura anche se, ammetto, in qualche occasione
non ho lesinato minacce. Insomma ritengo di non aver molto da rimproverarmi, non di più di tanti che nel mondo ogni giorno hanno l'arduo compito di arrivare a sera, perché non c'è molta differenza tra quello che faccio io e l'opera che presta l'impiegato medio di una multinazionale: entrambi siamo ingranaggi di un sistema, non il sistema. La differenza, in apparenza, starebbe nell'etica, ma quest'ultima raramente è oggettiva, anzi, spesso è vergognosamente faziosa ed allora rispondere esclusivamente alla propria diventa opportuno.
Dicevo che l'adrenalina sta salendo e con essa gli interrogativi: chi mi avrà cercato e, soprattutto, cosa avrà da propormi? Sarò in grado di accettare l'incarico, oppure mi vedrò costretto a rifiutare?
Domande che non mi ponevo più da tempo, domande che non possono ancora avere una risposta, mi dico mentre dal monitor ultrapiatto del mio computer controllo gli orari dei voli.
Josef
Andrea Comparini