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Molti fanno riferimento ad una epurazione di facciata, che non avrebbe toccato molti esponenti del vecchio regime; tutti esprimono il dolore delle speranze tradite «Gli Usa sono potenti e hanno tecnologia, potrebbero aiutarci, lo so, ma non lo fanno, non ci vogliono ascoltare; noi siamo pronti a collaborare con loro, ma non lasciano questa possibilità.»
Davanti al filo spinato transitano tre mezzi blindati, sopra ai quali i soldati si sistemano impugnando le armi; mi sposto con il tesserino da internazionale ben in vista sulla camicia, lo stesso fanno i manifestanti, pacifici come annunciato, nonostante la rabbia. E così i marines si allontanano silenziosamente.
Sono quasi le ventidue quando Eva, un'attivista anglo-polacca conosciuta alla manifestazione, viene ad avvisarci all'Hotel Al-Fanar. I marines hanno dichiarato che domani mattina alle sei verrà sgombrata la tenda che l'Unione dei disoccupati iracheni ha allestito di fronte al quartier generale di Bremer, per mantenere un presidio costante fino all'accoglimento delle richieste di lavoro.
Alle cinque e trenta, mezz'ora prima che termini il coprifuoco, usciamo per le strade vuote di una Baghdad ancora avvolta dal buio, nella notte morente percorsa dagli elicotteri in ricognizione, unico rumore nel silenzio generale.
Quando arriviamo all'
US Army Headquarter sta già albeggiando e ci rendiamo conto che la tenda, collocata a circa cinquanta metri dalle trincee, non c'è più. Cuiva, un'attivista irlandese, Eva e due membri dell'Unione ci spiegano che è stata rimossa dai marines alle due di questa notte con un'azione piuttosto violenta. Sei soldati scortati da un grosso blindato hanno svegliato quelli che dormivano pestandogli i piedi, hanno rovesciato in terra i bidoni dell'acqua, hanno fatto mettere in fila i manifestanti con i fucili puntati; sono state arrestate diciannove persone, tutti i presenti nella tenda tranne i due con cui abbiamo parlato, uno sulla sedia a rotelle, ai quali è stato ordinato di smontare la struttura.
Con Eva ci avviamo, camminando lentamente, sul sentiero segnato dal filo spinato, fino al posto di guardia. Il marine di turno sembra quasi imbarazzato nel rispondere alle nostre domande. Non è consentito vedere gli arrestati, che non possono telefonare e non hanno assistenza legale, e non è possibile nemmeno parlare con i superiori; consiglia di rivolgersi all'ufficio del
Civil Affairs dopo le otto e ci comunica che i fermati si trovano nella prigione interna. Dove gli vengono anche forniti i pasti «Ogni sei ore?», «Questo non lo so».
Il soldato, un ragazzo giovanissimo, ci dice che l'operazione è stata condotta dal tenente Marvin su ordine del capitano Nauman; nessuno ha reagito all'arresto e il rilascio è previsto per le venti, ma non è certo. La ragione ufficiale del provvedimento è la violazione di coprifuoco, che inizia alle ventitre, quindi esiste un lasso di tempo di tre ore prima dell'arresto; il marine non sa dirci perchè, così come non sa per quale ragione sia stato ignorato il permesso rilasciato ai manifestanti dalla polizia irachena (la richiesta era stata inoltrata anche alle autorità statunitensi, che tuttavia non l'hanno presa in considerazione).
continua...