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The Unemployed Union of Iraq rapresents the interests of all unemployed people"
È questa la scritta che capeggia sullo striscione di apertura del corteo indetto dall'
Unione dei disoccupati iracheni, alle nove della mattina del 29 luglio.
A partire dal luogo del concentramento in via Al Rashid, nei pressi della sede del
Worker Comunist Party che ha aderito all'iniziativa, il corteo ha iniziato lentamente a muoversi sotto il sole già battente di Baghdad per raggiungere, dopo un breve tratto di strada, la piazza dove si è deciso di organizzare un presidio, di fronte a quello che era il Palazzo Presidenziale di Saddam Hussein e ora è il
US Army Headquarter di Bremer.
Proprio al governatore americano sono rivolti i cartelli innalzati, fatti coi fondi di scatole di cartone per le bibite; a lui sono indirizzati gli slogan che i manifestanti, incitati con i megafoni dagli organizzatori riconoscibili dal cartellino giallo appuntato sul petto, scandiscono prima in arabo e poi, per essere sicuri di essere compresi, in inglese «We want job».
Sabah Husain, uno dei coordinatori dell'Unione, chiarisce che si tratta di una manifestazione non violenta per rivendicare di fronte alle autorità il bisogno di lavoro, la questione fondamentale di cui il governo non si occupa, di cui gli americani non si occupano «Abbiamo sofferto molto, in così tante guerre. E molti ora sono senza lavoro; Bremer promette sempre ma non viene mai fatto nulla».
La voglia di esprimersi è un fiume in piena «Il regime di Saddam ci aveva ridotto a uomini senza lingua». Ora tutti avvertono il bisogno e il desiderio di raccontare e raccontarsi, ognuno con la propria storia.
Ali Kazem Fahad è laureato, ha lavorato come tecnico per l'esercito iracheno, ma è stato licenziato e incarcerato perchè ha parlato male del partito Baath al potere; dal 1995 non ha più potuto lavorare, si è nascosto per non dover andare in guerra «Ho pensato che una volta venuti gli americani sarebbe stato meglio, ma non è così».
Dalle parole di molti emerge la rabbia di una grande speranza che è andata delusa, come spiega Hussan «Non ci hanno detto la verità. Noi eravamo contro Saddam e abbiamo lasciato che gli americani entrassero nel paese, gli abbiamo consegnato le chiavi dell'Iraq perchè ci hanno promesso la libertà, ma non era vero. Saddam era un male e anche gli americani sono un male. Noi vogliamo soltanto lavorare per poter vivere».
Rinasce la possibilità di parlare a voce alta, di confrontarsi e rivendicare i propri diritti, ma al contempo viene drammaticamente percepita la sensazione di impotenza del non essere ascoltatti, dell'essere totalmente ignorati.
«Tante promesse, di giustizia, sicurezza, democrazia e libertà, fatte dagli americani prima» dice Salah Hassan Bidawi «Ora invece niente, nulla di tutto questo, non c'è cibo, non c'è lavoro, non c'è nessuna libertà; tutto al mercato è troppo caro e non ci sono soldi.
Si sta male come sotto il regime di Saddam, anche peggio. Ed è come se non si potesse parlare, così come prima, perchè i soldati ti tengono lontano, non vogliono ascoltare». Molti altri sono della stessa opinione «Siamo venuti qui già tante volte, per far conoscere le nostre necessità, per parlare del bisogno di lavorare; gli americani ti fanno dire ma è come se non sentissero, e non rispondono».
Alcuni poi ritengono che dietro questo atteggiamento si nasconda una strategia. «Non vogliono che i lavoratori tirino la testa fuori dall'acqua» racconta Abu Hammar «Vogliono che la situazioni resti instabile perchè si avverta la loro necessità, per rimanere qui e sfruttare il petrolio».
Ma in questo modo si attiva un meccanismo che moltiplica i rischi per gli stessi marines, molto spesso ragazzi giovani gettati in un contesto di estrema tensione. «Per mesi nessun lavoro e nessuna sicurezza. È un circolo vizioso, non c'è sicurezza e quindi non c'è lavoro, dicono gli americani; ma è dalla disoccupazione che nasce molta criminalità, e con essa l'insicurezza. Ho sentito che gli uomini di Saddam, che sono nell'ovest dell'Iraq, pagano milleottocento dollari per un singolo attacco alle truppe USA; così aumentano i mercenari, reclutati nelle sacche di disoccupazione e miseria»
Chi parla è un ingegnere civile che preferisce non dire il suo nome «Meglio che non ti dica il nome, il regime ha cercato di uccidermi e un pò di regime c'è ancora, con gli americani. C'è sempre la stessa corruzione nei Ministeri, molte facce degli amministratori sono le stesse di sempre. Io ho vissuto in Siria, Libano e Giordania perchè ero contro il Baath, sono tornato e ho fatto domanda per un lavoro al Ministero dell'Industria; non posso permettermi di pagare una tangente, mi hanno detto che non c'era posto e il giorno dopo hanno assunto persone con meno esperienza di me».
continua...