...continua
Un'idea che troverebbe conferma nei pareri di alcuni esperti citati da
Ann Talbot nell'articolo pubblicato il 19 aprile, come il Dott.
Danny George del Museo di Baghdad: «Credo che fossero persone che sapevano quello che volevano. Hanno lasciato dov'era la copia dell'
Obelisco Nero di Salmanassar, passando oltre. Questo significa che dovevano essere specialisti». Il Dott.
Irving Finkel, del
British Museum, ha dichiarato a
Channel Four che il saccheggio era assolutamente prevedibile e con facilità avrebbe potuto essere evitato o fermato.
Infine il Dott.
Stein, professore di archeologia dell'
Università di Chicago ed esperto di scavi in Iraq, ha espresso al
Business Week la sua convinzione che i mercanti abbiano ordinato i pezzi in anticipo: «Stavano cercando esemplari specifici, sapevano dove guardare»
.
Il quadro è reso ancor più torbido, come riportato da Talbot, dall'attività di pressione condotta dall'
ACCP (American Council for Cultural Policy), costituito nel 2001 da un gruppo di ricchi collezionisti d'arte, al fine di rendere inefficace la
Legge statunitense di Regolamentazione della Proprietà Culturale, tentativo di fissare delle normative per il mercato dell'arte limitando il flusso di beni rubati verso gli Stati Uniti.
Nell'incontro avuto prima della guerra con il Pentagono l'ACCP ha espresso la propria profonda preoccupazione per il destino delle antichità irachene e, al contempo, ha criticato come protezionistiche le leggi irachene sul patrimonio archeologico, come quelle di molti paesi miranti a considerare tutti i reperti come proprietà dello Stato e a vietarne l'esportazione. I saccheggi hanno di fatto aggirato il problema della legislazione irachena, se la Legge statunitense sul furto d'oggetti d'arte e materiale archeologico verrà modificata; in particolare il Dott.
John Merryman della
Scuola Giuridica di Stanford e membro dell'ACCP ha auspicato che i tribunali statunitensi adottino «una applicazione internazionale selettiva dei controlli sull'esportazione».
Nella pratica sarebbe perfettamente legittimo importare quanto trafugato a Baghdad nel momento in cui un tribunale USA decidesse di non riconoscere la legislazione irachena. L'incendio dell'
Archivio della Gazzetta Ufficiale delle Leggi Irachene dal 1921, completamente distrutto, può essere considerato un segnale indicativo della direzione presa.
«È stato anche un bombardamento della cultura», racconta Emad, «quindi un attacco all'umanità intera». Ma l'umanità, l'opinione pubblica mondiale e i media che ne amplificano o inducono gli umori non si sono risentiti troppo per l'accaduto, non si sono fortemente indignati, quasi che la cultura non interessasse loro.
Eppure sì, qualche tempo fa interessava, quando ci si scagliava contro la fanatica barbarie dei talebani che distruggevano le meravigliose statue dei Buddha. Ora mi aspetto che migliaia e
migliaia di Oriane Fallaci inveiscano contro la devastazione e la depredazione del Museo Nazionale di Baghdad, della Biblioteca Nazionale, degli edifici dell'area del Palazzo degli Abbassidi.
Il silenzio è colpevole. È stato colpevole quando si è ignorata la tragedia dei dodici anni di embargo imposti al popolo iracheno, già vessato dalla tirannide; fino a scoprire all'improvviso, attribuendo ogni responsabilità al neo-demone
Saddam Hussein, con la violenza del terrorismo lessicale, che servivano aiuti umanitari, democrazia, libertà.
Godot in Iraq.
Di fronte alle violazioni causate dall'occupazione
il silenzio è colpevole oggi.
Mauro Casaccia